C’è un articolo che, riletto oggi, obbliga a fermarsi.
È quello che Pier Giorgio Pinna pubblicò sulla Nuova Sardegna il 22 luglio 2013 con un titolo che allora poteva sembrare provocatorio: “Gomorra alle porte delle nuove carceri”.
Non lo era.
Pinna raccontava le preoccupazioni di alcuni tra i magistrati che, in quegli anni, conoscevano meglio la criminalità organizzata e il territorio sardo. L’arrivo dei detenuti sottoposti al 41-bis, spiegavano, avrebbe potuto produrre un rischio di infiltrazione della criminalità organizzata nell’isola. Non attraverso il carcere, ma attraverso ciò che sarebbe accaduto fuori.
Familiari e accompagnatori avrebbero potuto fermarsi sul territorio, conoscerlo, stabilire relazioni, individuare attività economiche in difficoltà. Si parlava di immobili, imprese, turismo, ristorazione, riciclaggio. E si parlava della possibilità che il denaro della criminalità organizzata entrasse progressivamente nel tessuto economico sardo.
Ma oggi, a distanza di tredici anni, c’è un elemento che dobbiamo aggiungere a quella riflessione.
Il problema delle possibili infiltrazioni non riguarda soltanto il 41-bis. Anzi, sotto questo profilo, è probabilmente ancora più importante guardare all’Alta Sicurezza.
Il 41-bis è un regime ottimamente costruito proprio per interrompere o limitare al massimo i collegamenti del detenuto con l’organizzazione criminale di appartenenza. L’Alta Sicurezza è un’altra cosa. È un circuito nel quale i detenuti, pur sottoposti a particolari condizioni di sicurezza, mantengono una dimensione relazionale con l’esterno diversa da quella del 41-bis.
Ed è quindi soprattutto intorno all’AS che dobbiamo osservare con attenzione ciò che accade fuori dalle mura del carcere: i familiari, le frequentazioni, gli spostamenti, gli interessi economici, gli eventuali insediamenti e i rapporti che possono essere costruiti nel territorio.
Non significa che ogni familiare di un detenuto AS rappresenti un pericolo. Significa che un territorio che ospita stabilmente centinaia di persone appartenenti a organizzazioni criminali diverse deve essere messo nelle condizioni di prevenire ogni possibile forma di infiltrazione.
Nel 2013 i magistrati lo avevano già compreso. Chiedevano una presenza investigativa più vicina al territorio, maggiore capacità di controllo e particolare attenzione alle misure patrimoniali.
Tredici anni dopo, le parole della magistratura tornano nel dibattito pubblico.
Il procuratore generale di Cagliari Luigi Patronaggio ha denunciato il rischio che familiari e persone vicine a detenuti di lungo corso possano insediarsi nell’isola, acquistare immobili e investire in attività economiche, soprattutto nel turismo e nella ristorazione. Ha parlato del rischio di infiltrazioni e della possibilità che capitali provenienti dalle organizzazioni criminali possano trovare nell’isola occasioni di investimento.
E nel 2026 ha descritto una criminalità sarda che, secondo la sua analisi, si è riorganizzata, disponendo di armi da guerra ed esplosivi e muovendosi tra assalti, narcotraffico e produzione di marijuana.
Non significa che esista un rapporto causale tra le carceri di Alta Sicurezza e questi fenomeni.
Significa però che un allarme formulato nel 2013 non può essere liquidato come una previsione ormai superata.
E c’è un altro problema, molto concreto, che riguarda direttamente la Sardegna: quello sanitario.
La presidente della Regione Alessandra Todde ha posto la questione dei costi dell’assistenza sanitaria garantita a detenuti che non sono residenti nell’isola. È una conseguenza inevitabile della funzione nazionale che la Sardegna svolge nel sistema penitenziario, ma che non può essere considerata soltanto una voce ordinaria della sanità regionale.
Il problema è ancora più delicato perché gli istituti sardi non dispongono di sezioni ospedaliere di sicurezza sufficienti per affrontare tutte le esigenze di questa popolazione detenuta. E così una funzione che appartiene allo Stato finisce per produrre conseguenze anche sull’organizzazione e sulle risorse della sanità regionale.
E allora la domanda finale della nostra inchiesta diventa inevitabile.
Che cosa significa per la Sardegna essere diventata un territorio nel quale lo Stato concentra una parte così importante della propria risposta penitenziaria alla criminalità organizzata?
Non possiamo limitarci a contare i detenuti.
Dobbiamo guardare fuori dalle carceri: agli insediamenti, agli investimenti, ai rapporti economici, ai flussi di denaro. E dobbiamo guardare dentro il sistema regionale: alla sicurezza, alla giustizia, alla sanità, alle risorse che vengono impiegate per una funzione che è nazionale. Nel 2013 i magistrati avevano lanciato un allarme. Oggi un procuratore generale torna a parlare di infiltrazioni e di insediamenti. La domanda, allora, è semplice: che cosa è stato fatto, in questi tredici anni, per impedire che quel rischio diventasse realtà?
È una domanda sul rapporto tra lo Stato e un territorio al quale è stata affidata una funzione nazionale. Perché la Sardegna ha messo a disposizione le proprie strutture. Adesso deve essere lo Stato a dimostrare di aver messo a disposizione della Sardegnatutti gli strumenti necessari per proteggerla. Siamo pronti a fare la nostra parte. Giusta, equa, importante. Ma non possiamo essere l’unica regione a farsi carico di un problema che è nazionale.