Ripercorrendo la storia del 41 bis in Sardegna ci imbattiamo in qualcuno che afferma, a gran voce, che tutto questo lo ha voluto l’allora ministro Bonafede dei Cinque Stelle. Mi limito a fare una breve cronologia per rimettere in ordine la storia.
Nel 2003-2005, come abbiamo ricordato, nasce l’idea di costruire nuove carceri in Sardegna. Non si parla, ancora, di detenuti sottoposti al regime di 41 bis. Si tenga presente che il 19 luglio del 1997 veniva chiusa, in maniera definitiva, la sezione di massima sicurezza di Fornelli, all’Asinara, e il 29 febbraio del 1998 l’area insulare diventava un parco nazionale. Nel 2003, lo ricordiamo, il Governo è quello di Berlusconi II/III.
Nel 2013, a istituti ormai conclusi, la circolare DAP del 29/1/2013 parla di programmazione e di Alta Sicurezza a Massama, Sassari-Bancali e Cagliari-Uta, ma non di 41 bis. Il Governo è quello di Monti e il ministro della Giustizia è Severino.
Successivamente, e siamo all’apertura del carcere di Sassari, Bancali è indicato come media sicurezza, protetti e un padiglione specifico, così come prevede la legge, per detenuti sottoposti al regime di 41 bis: 92 posti. Quando si apre la sezione a Sassari-Bancali siamo nel 2015, governo Renzi e Orlando ministro della Giustizia.
Veniamo al nodo Bonafede, che con il Conte II istituisce formalmente una nuova sezione di 41 bis a Nuoro, nella VI sezione. Il decreto è del 6/10/2020. Questa sezione serviva per ospitare detenuti molto particolari e alcuni di loro, per esempio, si sarebbero successivamente pentiti. Affermare, quindi, che Bonafede è il vero responsabile dell’arrivo dei detenuti 41 bis in Sardegna è falso e fuorviante.
Diciamolo, una volta per tutte: tutto nasce dalla costruzione di nuove carceri, dalla destinazione di due padiglioni adatti per questo tipo di detenuti: il primo aperto nel 2015 e il secondo soltanto in queste settimane, per le già evidenziate problematiche relative all’appalto.
Ma dobbiamo dire anche un’altra cosa, che, a quanto pare, nessuno vuole evidenziare: l’Alta Sicurezza.
Nella programmazione del DAP, in vista dell’apertura dei nuovi istituti penitenziari e considerato l’esiguo numero di detenuti arrestati in Sardegna, soprattutto a Tempio Pausania, si decide di destinare molti detenuti di Alta Sicurezza.
Chi sono questi signori?
41 bis e Alta Sicurezza sono due pezzi diversi della stessa architettura ed è qui che si dovrebbe discutere, perché quei detenuti sono non solo la manovalanza della criminalità organizzata, ma molti di loro sono dei buoni colonnelli, che o sono usciti dal circuito 41 bis o non ci sono elementi tali da poterli inserire nel circuito più duro.
Di questi detenuti nessuno parla.
Però la presunta infiltrazione nasce all’interno dell’area dell’Alta Sicurezza, perché i mafiosi sottoposti all’articolo 41 bis non hanno molte possibilità di avere contatti con l’esterno, hanno un solo colloquio al mese e hanno la censura della corrispondenza. L’articolo 41 bis, per contrastare i fenomeni mafiosi e di criminalità organzizata funziona perfettamente.
La falla, semmai, è quella relativa alla gestione dei detenuti di Alta Sicurezza che, invece, hanno sicuramente delle libertà molto più ampie e possono, ovviamente è molto difficile, ottenere anche dei benefici extramurali.
Per dare un ulteriore elemento politico a tutta la vicenda, che parte dal 2003, è legato alla questione Sardegna che nessuno ha mai particolarmente tenuto presente: nel 2003 il governatore era Italo Masala, dal 2004 e sino al 2008 è stato Renato Soru, poi ci saranno Ugo Cappellacci, Francesco Pigliaru e Christian Solinas, sino a Francesca Todde. Esclusa quest’ultima, che ha posto il problema in maniera forte e risoluta, gli altri hanno ritenuto di non intervenire e neppure di produrre un dibattito.
E a proposito di Mauro Pili.
È stato presidente della Regione Sardegna – qualcuno non lo sa o tende a dimenticarlo – dal 25 ottobre del 2001 al 25 agosto del 2003, ovvero quando il Governo Berlusconi II, con Roberto Castelli alla Giustizia e Pietro Lunardi alle Infrastrutture, impostò il programma che avrebbe portato alla costruzione dei nuovi istituti penitenziari sardi.
Ovviamente il presidente della Regione poco poteva fare. Però, visto per come stavano andando le cose, per la costruzione dei nuovi penitenziari e sapendo che i numeri per i sardi sarebbero stati enormi, poteva, per esempio, anticipare l’interpellanza che presentò alla Regione Sardegna nel 2012, chiedendo conto dei 70 mafiosi e camorristi a Tempio e dei 125 destinati a Massama.
L’ultima annotazione è legata all’esegesi del termine “preferibilmente in aree insulari”.
Qualcuno afferma che anche un cretino capisce la differenza tra “aree” insulari e “regioni” insulari. Per non fare la figura di quello che non capisce, sono andato a verificare nella Treccani il termine “insulare”, che recita “dell’isola, delle isole”. La parte dell’Italia costituita da isole, soprattutto, le grandi isole, cioè la Sicilia e la Sardegna,in contrapposizione a Italia peninsulare” (Treccani).
Non essendo cretino, ricordavo bene – ero, forse, in terza elementare – che la maestra ci insegnava una cosa semplice: l’isola è quella parte di terra bagnata dal mare, come la Sardegna e la Sicilia.
Viene fatto notare che, comunque, si pensava ad “aree insulari” come Pianosa, Asinara, Gorgona, Favignana e Porto Azzurro, che sono, in ogni caso, anche isole, come la Sicilia e la Sardegna.
Bene: nel 1996 il legislatore aveva previsto la cessazione dell’utilizzazione penitenziaria di Pianosa e Asinara, con termine non oltre il 30 giugno 1998.
Gorgona, nel 2009, era ancora un istituto penitenziario attivo. Una relazione parlamentare del 1999 descriveva la casa di reclusione dell’isola, con una popolazione carceraria e personale di Polizia penitenziaria, ma non adatta, nella maniera più assoluta, a contenere detenuti con regime di 41 bis.
Anche Porto Azzurro era (ed è) un istituto penitenziario insulare attivo, ma era praticamente impossibile, se non ricostruendolo, pensare che potesse ospitare detenuti sottoposti all’articolo 41 bis.
Nel 1998 il Senato documentava che Favignana aveva un carcere nel Forte San Giacomo, ma contemporaneamente erano emerse forti questioni ambientali e storico-culturali; la Soprintendenza era contraria alla realizzazione di una nuova struttura carceraria sull’isola.
Quindi, nel 2009, in Italia, nelle “aree insulari”, o più propriamente nelle “isole”, le strutture concretamente disponibili e adeguate a rispondere a questo tipo di esigenze erano, di fatto, quelle dei nuovi istituti sardi: Sassari, Cagliari, Tempio e Oristano. Tutti in procinto di aprire e tutti riadattabili allo scopo. Per quanto riguarda la Sicilia, per motivi di sicurezza apparve (ed appare) ovvio che i detenuti sottoposti al carcere speciale non debbano essere assegnati vicino ai luoghi dove possono più facilmente mantenere rapporti non con i familiari (non solo) ma, soprattutto con i loro adepti.
La decisione di aprire Nuoro, per soli sei detenuti, continuava su questa strategia: seguire letteralmente quello che diceva l’articolo 41 bis. Preferibilmente e non obbligatoriamente: certo.
Il dibattito poteva essere portato su un altro piano: vale davvero sottomettere i detenuti in aree insulari? È giusto? Porta dei risultati? Li isola davvero?
Ecco.
Credo che, quando si finirà di muovere la terra e produrre polvere all’infinito, saremo pronti per fare un bel dibattito sulla realtà delle carceri in Sardegna, divenuta un’immensa area insulare dove, dal governo Berlusconi a quello Meloni – e tutti gli altri governi, nessuno escluso – si è pensato di creare un vero e proprio ghetto di detenuti con un’alta pericolosità sociale, Alta Sicurezza e 41 bis, senza che nessuno, a livello politico, abbia minimamente capito che la costruzione di nuovi istituti, lontano dalla città e con dimensioni enormi, avrebbe portato a questo risultato.