Per provare a comprendere perché in Sardegna ci troviamo a dover gestire la situazione dei detenuti sottoposti all’articolo 41 bis è necessario fare un piccolo passo indietro, legato alla decisione di costruire quattro nuovi penitenziari. Siamo nel 2003. Il governo, presieduto da Silvio Berlusconi, con Roberto Castelli ministro della Giustizia e Pietro Lunardi ministro delle Infrastrutture, decide di inserire nel programma dell’edilizia penitenziaria la realizzazione di nuovi istituti a Sassari, Cagliari, Tempio Pausania e Oristano, ai quali si aggiunge Lanusei. Per i primi quattro la realizzazione sarebbe stata finanziata dal Ministero delle Infrastrutture; per Lanusei si sarebbe utilizzato invece lo strumento della permuta. Il decreto del 2 ottobre 2003 stabilisce che gli interventi abbiano carattere di urgenza e che la loro esecuzione sia accompagnata da particolari misure di sicurezza. È la ragione per cui le successive gare d’appalto furono effettuate con procedure particolari e con una certa riservatezza.
Nel 2005 accade qualcosa che oggi è necessario ricordare. La Commissione Giustizia del Senato, dopo una visita agli istituti penitenziari sardi, rileva la grave inadeguatezza delle vecchie strutture di Oristano, Cagliari, Sassari e Tempio Pausania. E scrive, con una chiarezza che non lascia molto spazio alle interpretazioni, che la sostituzione del vecchio carcere di Tempio Pausania con il nuovo istituto avrebbe comportato la collocazione di detenuti in regime di 41-bis. La stessa relazione ricorda che il Comune di Tempio aveva individuato l’area nella quale costruire il nuovo istituto, destinato anche a una speciale sezione per i condannati per i reati previsti dall’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario.
Il dibattito, in Sardegna, è piatto. Nessuno interviene in maniera significativa, nonostante fosse già evidente che la costruzione di nuovi istituti avrebbe modificato profondamente la geografia penitenziaria dell’isola. E questo accade prima che la legge del 2009 votata dal centrodestra, stabilisca che i detenuti sottoposti al regime speciale debbano essere ristretti in istituti a loro esclusivamente dedicati, collocati «preferibilmente in aree insulari» (sulla definizione di aree insulari c’è da scrivere un post a parte).
Durante gli anni della costruzione degli istituti, la destinazione penitenziaria della Sardegna prende progressivamente forma attraverso la pianificazione dell’Amministrazione penitenziaria. E qui arriviamo a un documento che dovrebbe essere conosciuto molto meglio: la circolare del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria del 29 gennaio 2013, firmata dal capo del DAP Giovanni Tamburino, relativa alla realizzazione del circuito regionale previsto dall’articolo 115 del regolamento penitenziario.
In quella programmazione Sassari è già indicata come istituto destinato anche al 41-bis, mentre Cagliari è indicata per il circuito di media sicurezza. Tempio e Oristano vengono invece destinati al circuito di alta sicurezza. Non è, dunque, il 2015 a creare la destinazione di Sassari al 41-bis. Nel 2015 diventa semplicemente concreta una scelta amministrativa che era già stata formalizzata nel 2013.
Arriviamo così a Bancali. Il nuovo istituto viene consegnato all’Amministrazione penitenziaria il 31 maggio 2013. Ha una capacità di 465 posti ed è costruito secondo standard completamente diversi rispetto alle vecchie strutture. La sua inaugurazione e l’avvio del nuovo complesso segnano il passaggio definitivo verso un diverso modello di organizzazione penitenziaria in Sardegna.
Il reparto destinato al 41-bis, 92 posti, entra poi effettivamente in funzione nel giugno 2015. Ed è proprio allora che arrivano a Bancali i primi detenuti sottoposti al regime speciale. Non si ricorda nessuna “vibrante protesta” da parte di nessuna forza politica su questo massiccio trasferimento e nessun eclatante servizio televisivo che mostrava cellulari ed elicotteri che accompagnavano i detenuti.
Per Cagliari-Uta la storia è più lunga. Il reparto da 92 posti era previsto nell’organizzazione del nuovo istituto, ma la sua realizzazione e la sua piena operatività hanno avuto tempi molto più lunghi per motivi legati alla ditta applatatrice. Una comunicazione del DAP del 20 maggio 2014 alla Regione Sardegna già indicava che Uta sarebbe stata dotata di una sezione destinata ai detenuti sottoposti al 41-bis, con 92 posti, analogamente alla Casa circondariale di Sassari. Il padiglione è stato consegnato soltanto nel 2024.
A questo punto alcune precisazioni vanno fatte.
La prima riguarda l’idea stessa di carcere che era stata indicata dalla legge sull’ordinamento penitenziario. L’articolo 5 della legge 354 del 1975 stabilisce che gli istituti penitenziari devono essere realizzati in modo tale da accogliere un numero non elevato di detenuti o internati. Non è una disposizione ornamentale. È una precisa indicazione sul modello edilizio e organizzativo del carcere.
La seconda riguarda la territorialità della pena. L’articolo 42 della stessa legge stabilisce che, nel disporre i trasferimenti, i detenuti devono essere comunque destinati agli istituti più vicini alla loro dimora, a quella della famiglia oppure al loro centro di riferimento sociale. E l’Amministrazione penitenziaria deve dare conto delle ragioni che giustificano la deroga.
E allora il problema diventa evidente.
Se si costruiscono in Sardegna quattro grandi istituti nuovi, dotati di standard di sicurezza e di spazi molto superiori a quelli delle strutture che devono sostituire, è inevitabile che quei posti vengano utilizzati anche per detenuti provenienti da altre regioni. Il numero dei detenuti sardi, infatti, non avrebbe mai potuto riempire da solo la capacità complessiva dei nuovi istituti. La scelta di utilizzare quelle strutture per i diversi circuiti detentivi era quindi una scelta organizzativa dell’Amministrazione penitenziaria.
E qui si trova una delle contraddizioni che dovremmo avere il coraggio di affrontare.
Da una parte c’è il principio della territorialità della pena, che impone come criterio ordinario la vicinanza del detenuto alla famiglia e al proprio centro di riferimento sociale. Dall’altra c’è la necessità di organizzare il sistema penitenziario nazionale attraverso circuiti differenziati, strutture specializzate e istituti dotati di particolari caratteristiche di sicurezza.
Il 41-bis aggiunge a tutto questo una disposizione specifica: dal 2009 gli istituti destinati ai detenuti sottoposti al regime speciale devono essere collocati preferibilmente in aree insulari. (e, ripeto, sull’esegesi del termine aree insulari è necessario un ulteriore intervento).
Ma la storia sarda del 41-bis non nasce nel 2009.
E soprattutto non nasce nel 2015, quando arrivano i primi detenuti a Bancali.
La storia comincia molto prima. Comincia nel 2003, quando si decide di costruire i nuovi istituti. Prosegue nel 2005, quando una Commissione parlamentare scrive esplicitamente che il nuovo carcere di Tempio avrebbe ospitato detenuti sottoposti al 41-bis. E prende una forma amministrativa precisa nel 2013, quando il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria inserisce Sassari nel circuito 41-bis.
Per questo arrivare oggi a meravigliarsi delle scelte compiute è, a mio avviso, sbagliato e miope.
Il problema non è soltanto chi ha trasferito i detenuti 41-bis in Sardegna.
Il problema è capire quando è stata costruita la condizione perché quei trasferimenti diventassero possibili e, soprattutto, perché apparissero coerenti con l’organizzazione nazionale del sistema penitenziario.
La volontà di costruire nell’isola nuovi istituti grandi, moderni e dotati di elevati standard di sicurezza era chiara già nel 2003. Il dibattito avrebbe dovuto cominciare allora. Avrebbe dovuto chiedersi quale sarebbe stata la destinazione di quelle strutture, quali circuiti avrebbero accolto, quanti detenuti sarebbero arrivati dalla penisola e come tutto questo avrebbe inciso sul principio della territorialità della pena.
Non lo si fece.
E oggi discutiamo delle conseguenze di scelte che, in larga parte, erano state fatte molti anni prima.
Di questo avremo modo di riparlare.
(Fine della terza puntata. Continua)