Una volta il fallo era una faccenda semplice. C’era un arbitro, un fischietto, qualche protesta, due imprecazioni e la partita riprendeva. Al massimo interveniva il VAR, che almeno aveva il buon gusto di essere una macchina.
Adesso, invece, il fallo diventa materia diplomatica. Si telefona al presidente della Fifa, si discute la decisione arbitrale dai piani alti della politica mondiale e, con sorprendente naturalezza, un presidente degli Stati Uniti spiega che il fallo non c’era. Come se il regolamento del calcio fosse un decreto presidenziale.
La parola “fallo” deriva dal latino fallere: ingannare, sbagliare, trarre in errore. È curioso che dentro la stessa parola convivano l’errore e l’inganno. Ma ancora più curioso è quando si prova a correggere un fallo non con le regole del gioco, bensì con il peso del potere.
Il calcio è sopravvissuto ai tacchetti di ferro, ai campi di fango, alle monetine, alle invasioni di campo. Sarebbe davvero imbarazzante se dovesse arrendersi alle telefonate.
Perché, se oggi si cambia un fallo con una parola autorevole, domani qualcuno potrà cambiare un fuorigioco, dopodomani un rigore e, alla fine, perfino il risultato.
E allora la partita non la vincerà la squadra migliore.
La vincerà chi ha il numero di telefono giusto.