Esce per Abbà Edizioni “Nebida, la ragazza del fiume”, una fiaba sarda scritta da Giampaolo Cassitta e accompagnata dalle illustrazioni di Manuel Soro. Per Cassitta, scrittore e giornalista con numerosi libri all’attivo, è la prima volta in cui si cimenta in questo genere narrativo.
La storia ci porta in una Sardegna sospesa in un tempo lontano, dove la memoria si confonde con la leggenda e la natura sembra custodire voci e segreti. Al centro del racconto c’è Nebida, una giovane donna legata all’acqua, agli affetti e a un destino che non si interrompe nemmeno con la morte. Attorno a lei si muovono le Janas e le Panas, figure della tradizione popolare: presenze misteriose, capaci di dare forma alle paure, alle attese e al desiderio di ritrovare chi si è perduto.
L’acqua è molto più di uno scenario: ascolta, ricorda, conserva i nomi e diventa il tramite tra il mondo dei vivi e quello invisibile. Il vento porta le voci, la pietra trattiene i gesti, il lavatoio si trasforma in un luogo di passaggio. La magia nasce così dagli elementi quotidiani e dalle tradizioni, senza sciogliere del tutto il mistero.
Ma Nebida è anche una storia d’amore e di maternità, di promesse e di attesa. La fiaba suggerisce che ciò che amiamo può trovare una strada per continuare a vivere dentro di noi e nel mondo. Una storia che invita a custodire la memoria e a riconoscere la forza dei legami, anche quando sembrano superare i confini della vita.
Cassitta, già educatore penitenziario e dirigente del Ministero della Giustizia, è autore di romanzi e saggi, direttore artistico dei festival Genera e Ammajare.
Le illustrazioni di Manuel Soro accompagnano il lettore in questa dimensione fiabesca, tra paesaggi sardi, tradizione e incanto.
Intervista all’autore.
Perché scrivere una fiaba?
È una delle cose più difficili. I bambini sono esigenti, non si accontentano delle apparenze. Vogliono essere coinvolti, vogliono meravigliarsi. Ecco, forse la meraviglia è stata il passaggio fondamentale: provare a narrare avvenimenti fantastici che potessero rimanere nel tempo.
C’è qualcuno che l’ha ispirata?
Mia nonna. Mi raccontava sempre la storia di una donna che aveva sentito battere i panni nel lavatoio di Biddanoa, a Siligo, quando andava a lavarli. Però, quando si avvicinava, quella donna spariva. Ero elettrizzato da quella storia. Mi è rimasta impressa nella memoria. Dovevo capire. Sono partito da quella che oggi chiamiamo Pana, curioso di comprendere come, in un villaggio dell’anno Mille, una storia del genere potesse aver preso forma.
Non è una storia nuragica.
No. È ambientata prima del Medioevo. I sardi vivevano in un mondo quasi magico, pieno di superstizioni e contraddizioni. C’era lo scontro tra paganesimo e cristianesimo. C’era la paura, anzi, il terrore del diavolo, che veniva dipinto come un animale perfido.
Ecco, il diavolo. Anche qui fa la sua comparsa.
Sì, anche qui. Mischia le carte, come la buona e la cattiva sorte. C’è qualcosa di misterioso, legato al maligno, e qualcosa di magico, ispirato a personaggi omerici e biblici: da una parte Aristania, dall’altra ziu Jacu. E intorno, la magia delle Janas e delle Panas.
Lei ha scritto molti romanzi sul carcere, ha parlato di detenuti e di ultimi. Qui intraprende una strada diversa.
Solo apparentemente. Qui ci sono i buoni e i cattivi, ma soprattutto c’è la speranza. Nebida e Salusio sperano di poter avere una figlia, il paese spera che ciò possa accadere: tutto ruota intorno alla possibilità di un cambiamento. Il carcere è un contenitore di disperazione, ma anche di speranza. Questa fiaba è, infine, un riscatto dell’amore e della memoria. Solo chi ricorda può essere ricordato.
Perché dovremmo comprare un libro che è una fiaba, qualcosa che non esiste?
Perché i bambini e i ragazzi hanno diritto ai sogni. E i grandi, a cui questa fiaba è comunque consigliata, hanno diritto di continuare a sognare e di provare, per un momento, a tornare bambini. Fa bene al cuore.