Concedere la grazia è un atto unico, complesso, spesso percepito come “incomprensibile” da chi vede estinguersi il reato di una persona giudicata colpevole dalla legge. È una prerogativa costituzionale del Presidente della Repubblica, esercitata dopo un vaglio estremamente rigoroso. Dunque, la concessione della grazia a Nicole Minetti non dovrebbe generare mugugni o prese di posizione eccessivamente dure, nemmeno nei confronti di Mattarella (Travaglio ha commentato che per il capo dello Stato bastano e avanzano sette anni di mandato).
C’è però un aspetto che merita attenzione. Nicole Minetti avrebbe potuto essere affidata ai servizi sociali: l’istanza era infatti all’esame del Tribunale di sorveglianza. La grazia ha interrotto quel percorso. E l’affidamento non è una misura residuale o una concessione di comodo – i servizi sociali sono una barzelletta , sempre secondo Travaglio – ma uno strumento fondamentale: oggi oltre 49.000 persone scontano la pena tra affidamento in prova al servizio sociale e detenzione domiciliare. Senza queste misure, il sistema penitenziario collasserebbe.
La grazia è stata motivata anche con le gravi condizioni di salute di un familiare stretto della Minetti, bisognoso di assistenza continua presso strutture altamente specializzate. Si dirà – e Travaglio lo ha ribadito – che situazioni analoghe sono numerose. Probabilmente è vero. Ma non è questo il punto decisivo.
Minetti è stata una figura esposta, soprattutto negli anni di Berlusconi. La condanna definitiva riguardava il concorso in favoreggiamento della prostituzione, nell’ambito del caso Ruby, e il peculato legato alla vicenda dei rimborsi quando era consigliera regionale in Lombardia. Reati lontani nel tempo. Ed è proprio qui che si apre una questione più ampia, che riguarda la giustizia nel suo farsi concreto: lo scarto tra il momento del reato e quello dell’espiazione.
Nel frattempo, le persone cambiano. Si trasformano, rileggono il proprio passato, costruiscono altre traiettorie. Nel caso di Minetti parliamo di una donna che aveva 25 anni all’epoca dei fatti e che oggi ne ha 41. Scontare una pena dopo così tanti anni non sempre restituisce un senso pieno di giustizia. Non lo restituisce a lei, e spesso neppure a tanti altri, meno visibili e meno fortunati, che hanno affrontato il carcere o le misure alternative senza alcuna attenzione mediatica.
L’unico nodo reale riguarda la possibilità concreta per Minetti di assistere il familiare in modo continuativo, qualora fosse stata ammessa all’affidamento ai servizi sociali. Con prescrizioni adeguate, quella strada forse sarebbe stata percorribile.
La grazia è arrivata. Ma il punto non dovrebbe esaurirsi qui. Dovrebbe aprire una discussione più larga: ampliare l’accesso alle misure alternative, ridurre il sovraffollamento penitenziario, restituire dignità a chi deve espiare una pena.
Serve il coraggio di sedersi davvero a un tavolo: quello delle opportunità, del dialogo, della mediazione, della giustizia riparativa. Il resto è rumore: un vociare sgradevole e pretestuoso, fatto spesso da chi ignora l’ordinamento penitenziario e, soprattutto, la Costituzione.