Cosa è rimasto di quel 16 marzo 1978, quando a quelli della mia generazione hanno scippato l’adolescenza? Me lo chiedo spesso, soprattutto adesso che siamo davanti a uno sfacelo politico, a un teatro dove il presidente del Senato decide di invitare la ormai famosa famiglia “nel bosco”, infischiandosene abbastanza allegramente di ciò che tutte le famiglie in Italia stanno affrontando in questi giorni, mesi, anni dispari, in cui gli adolescenti non sembrano avere un domani, in cui si è costretti a emigrare per un lavoro, in cui l’intelligenza artificiale sta lentamente erodendo il futuro.
Cosa ci è rimasto di quella giornata scandita dalle pallottole, dai mitra, dai morti dello Stato, da giovani stolti e crudeli che volevano cambiare il mondo versando il sangue sull’asfalto? Di quei giorni opachi, di quelle scelte dettate da uomini infiltrati nella loggia massonica segreta (Propaganda Due), delle visioni di Licio Gelli, delle sue speranze di modificare la democrazia e lo Stato di diritto di questo Paese?
Cosa è rimasto di quelle piazze che subito si riempirono, quasi spontaneamente, a gridare no al terrorismo, no al tentativo di scippare la libertà, no ai processi del popolo, no alla tracotanza, alla cattiveria, all’ingerenza, alla perfidia? Cosa è rimasto di quel 16 marzo 1978, quando fu rapito l’onorevole Aldo Moro e trucidata tutta la sua scorta? Di quei 55 giorni di calvario che ci condussero al 9 maggio 1978, in via Caetani, dove, all’interno di una Renault 4 rossa, fu adagiato il corpo del presidente della Democrazia Cristiana?
Quella profezia dettata nella prigione del popolo “il mio sangue ricadrà su di voi”, quanto era veritiera? Cosa siamo diventati, infine, dopo quella tragica rappresentazione dell’odio, della disperazione? Dove, infine, abbiamo sbagliato?
Dovevamo uscirne migliori, più forti, disposti all’ascolto degli ultimi, dei senza voce. Dovevamo impegnarci per aggiustare uno Stato che comunque era lacerato, in qualche arteria delle sue lunghe ramificazioni corrotto; uno Stato che doveva riuscire a uscire da quella voragine senza sentimenti, da quel disamore per le persone, da quell’anaffettività politica, da quel maledetto e bastardo nulla.
Non ce l’abbiamo fatta. Abbiamo continuato a guardarci dentro noi stessi e non siamo riusciti a mettere sul tavolo un progetto che riguardasse tutti. Non siamo riusciti a diventare Stato, a crescere, a rafforzarci. Abbiamo finito per litigare su piccole cose, minime storie. Siamo rimasti senza spina dorsale.
Come se le Brigate Rosse lo avessero previsto: che, finita la loro terribile stagione, decretata la loro sconfitta, in realtà sarebbe cominciata una decadenza politica inesorabile, continua, lunghissima, che ci avrebbe portato nell’abisso delle coscienze.
Quel 16 marzo non sono scomparse le lucciole. Si erano appartate, nella speranza che noi potessimo salvarle. E invece non siamo stati in grado di restituire la dolcezza dell’infinito. Le abbiamo uccise con un diserbante che ha avvolto tutto. Anche il nostro futuro.
Quel 16 marzo 1978 è morta la politica, la capacità di mediazione, di sapersi scontrare per le cose in cui si credeva. Ecco. Credo sia giunto il momento di riparlarne. Di utilizzare le parole per raccontare quella sconfitta: quella delle Brigate Rosse e la nostra.
Le lucciole e la speranza di rivederle. Non ci sono più state, da quel giorno. E i giovani pensano che siano solo animali adatti alle favole. Sappiamo che non è così, ma noi ai giovani non riusciamo a dirlo, a spiegarlo: che ci siamo giocati l’opportunità di illuminare il nostro cielo di milioni di lucciole. Forse è da qui che bisogna ripartire: non dalla nostalgia, ma dalla colpa. Dal riconoscere che quella sconfitta non è stata soltanto loro. È stata anche nostra che non abbiamo avuto più la forza e il coraggio di cercare le lucciole.