Ci incontriamo per caso. E, a prima vista, non la riconosco neppure. Ha un taglio di capelli che incute attenzione ma non riporta, necessariamente, ai vecchi ricordi. E’ lei a fermarsi, a scrutare il mio volto e ad additarmi con un lieve sorriso. “Claudio”, dice e si avvicina. Prima che riesca a scolpire la solita faccia stupida e inutile provo ad espandere e aprire i cassetti della memoria. “Teresa”, dico accennando una smorfia caramellosa.
Teresa.
Quella brava in matematica e fisica. O nove o dieci. Conosceva i binomi e i trinomi, conosceva le formule a memoria. Danzava quasi sulle equazioni di secondo grado: “meno bi, più o meno radice quadrata di quattro a c meno due a.” L’ho imparata per colpa sua quella formula. Non l’ho mai capita. Mi risuona forte, adesso. Teresa. Capelli lunghi. Lisci. Imprevedibili. E la sciarpa sempre annodata. Bianca e vaporosa. Teresa. Voleva diventare biologa, ricercatrice, impegnarsi nelle scoperte di particelle e di formule. Ha un bell’abito. E begli orecchini. E begli anelli.
“Quanto tempo che non ci vediamo?” dice, provando a recuperare quel goccio di intimità.
“Dal 1975”, dico io dimostrando che il mio due in matematica era immeritato. Se non altro le date le ricordavo tutte.
“Già”, dice lei.
“Già”, dico io.
“E come ti va?” chiedo
“Lavoro a Roma. Curo le scenografie di una televisione locale.”
“E la fisica, la matematica? E le formule?”
“Si cresce, Giampaolo. E si fanno le scelte”.
“Già”, dico io
“Già” dice lei.
“E tu?” mi chiede.
“Non avevo bisogno di crescere. Come dicevi ero nato grande. Ho fatto più o meno quello che mi ero prefissato.”
“Il mio ex era un attore di teatro, poi è finita. Si ubriacava. Ci abbiamo fatto un figlio insieme. Sai come vanno le cose”.
“Si, certo. So come vanno le cose”
“Ma tu scrivi?” mi chiede
“Si. Te l’ho detto. Ho mantenuto i miei sogni”.
“Con i libri non funziona. Ho avuto un compagno poeta. Sai, uno di quelli che disegnava le parole in un cartellone e le metteva in cesti di vimini. Non ha funzionato”.
“Il compagno o la vendita?”
“Entrambi”, dice lei.
“Gia” dico io.
Già. Sembriamo persone pronte, preparate per recitare una parte. Che non è la nostra.
Nel 1975 avevamo fatto autostop insieme. Era la mia prima volta. Lo avevamo fatto per arrivare a Sassari e partecipare ad una manifestazione studentesca. L’avevo fatto per Teresa. Solo per lei. Potevo anche dirglielo che, insomma, mi piaceva e che quella manifestazione era solo una terribile scusa. Non l’ho fatto.
“ma ti ricordi la manifestazione contro i professori e a favore dello studio libero?
“18 febbraio 1975.” Dico. E abbasso gli occhi.
“Teresa?” aggiungo osservandola.
“Si?”. Mi guarda come quel giorno e, proprio come quel giorno sorride. Lo stesso sorriso.
“Volevo dire…. Ma io sono… imbranato. Ecco. Imbranato. Però te lo dico lo stesso”.
“Dimmi”, aggiunge nell’attesa della mia postuma dichiarazione.
“Teresa. Io non so dove abbiamo sbagliato. Però, mi ricordo sempre la formula: -2 + o – radice quadrata di 4ac meno 2°.
“La formula dell’equazione di secondo grado” risponde sorridendo. E che significa?
“Non lo so. Ogni volta penso sia la formula dell’amore. Ho provato a risolvere l’enigma e non ci sono riuscito”.
Mi sfiora e mi bacia sulla guancia. Rimango così, senza sorriso e senza risposte.
Non so dove ho sbagliato. Né so se ho sbagliato. Le vite si mischiano e, a volte e meglio non rimetterle in gioco.