L’uomo osservava quel cielo e lo percepiva diverso. Più denso. Poi, di soppiatto, osservava un campo di un colore forte, allegro, lontano. E abbassava lo sguardo. Aveva le mani in tasca mentre camminava sul sentiero che portava al campo. Non aveva nessuno vicino. Non aveva mani da stringere. Guardava i suoi passi misurati, tardi e lenti, ma non si percepiva dentro una poesia. Non si percepiva da nessuna parte. O meglio, sentiva che l’aria toccava la sua faccia, ma non aveva la vitalità quotidiana. Aveva occhi gonfi perché le lacrime, gli uomini le sanno conservare e non le gettano mai per tutte le occasioni. Lui, poi, aveva sempre un sorriso dentro le sue giornate. Per tutti. Lavorava come maschera in un teatro mezzo scalcinato. All’avanguardia dicevano tutti. Ma era tutto sorpassato. Erano rimasti solo gli scricchiolii di un legno ormai maturo e una maschera quasi da pensionare. L’uomo penava spesso a quel giorno. Alla pensione, alla sua nuova occupazione. Aveva acquistato una campagna dove poteva coltivare le cipolle. La sua grande passione. Aveva poche passioni, a dire il vero. Oltre le cipolle, chissà perché, amava Ulisse. Il suo lungo viaggio, Itaca, il cane che aspetta, la voglia di casa, Penelope, la tela da tessere tutti i giorni e l’astuzia di un uomo solo. Lo leggeva quasi ogni sera. Canto dopo canto e poi se lo teneva dentro. Voleva andare in Grecia. Ci pensò per anni. Andare a Itaca e guardare il mare in attesa di un attimo che si poteva solidificare. Poi cambiò idea. Se si vedono i posti della nostra immaginazione non potremo più sognare. Questo pensava l’uomo. E decise di continuare a sognare. Un campo che lentamente si avvicinava e pareva sempre più grande. Enorme. Allora si fermò. Ad ascoltare il vento. Che non arrivava. A guardare il cielo. Che taceva. Tolse le mani dalla sua tasca ma non riusciva a toccare niente. Vide poi, stringendo gli occhi, il campo verde che diventava quasi bianco. E’ un sogno, pensò il vecchio. Magari arriva Ulisse.
Si sedette sopra una grande pietra di granito. Si sedette e cominciò a scrutare l’orizzonte. Non è Ulisse disse quasi a voce alta ma solo per ricordarlo a se stesso. E’ una croce. Anzi, sono croci. Allora cominciò a contare. E, dietro quelle croci il fruscio del vento cominciò a disegnare occhi che non scrutavano e corpi che non ballavano. Arrivò davvero Ulisse e gridò dietro quelle croci: “Torniamo ad Itaca, torniamo a Itaca”. L’uomo non capiva ma decise di seguire quella voce. D’altronde non era un viaggio vero. Ma un viaggio lungo. Senza più ritorno.
Dedicato a tutti i morti del terremoto che hanno intrapreso un lungo viaggio. Verso Itaca, forse. Verso altre storie che non sono più nostre. Dentro una Pasqua che ha, comunque, una luce smorzata.