Signor Ministro,
nel profondo rispetto che nutro per le istituzioni e ritenendomi un uomo di Stato, le confesso che mai avrei immaginato che un magistrato, un giudice, un uomo attento alle pieghe della giustizia potesse un giorno, da ministro della Repubblica, pensare di ampliare la capienza delle carceri minorili e addirittura ritenere legittimo ipotizzare di abbassare l’età dell’imputabilità sino a portarla a undici anni. Non vorrei che, se ci fossero bambini all’asilo che distruggono un banco o un gioco, si pensasse di scendere sino a quattro anni.
Vede, mi sono occupato di carcere per quarant’anni. Gli ultimi li ho trascorsi nel mondo della giustizia minorile e, per tutto questo tempo, ho lavorato per per fare in modo che la pena detentiva non fosse l’unica risposta al problema della sicurezza. Quando sono diventato dirigente del Centro per la Giustizia minorile della Sardegna, ho capito subito che quel mondo, rispetto a quello degli adulti, era profondamente diverso e che, per fortuna, gran parte del lavoro si svolgeva al di fuori del perimetro penitenziario.
Lei sa benissimo – lo sa perché le statistiche sono pubblicate sul sito del Ministero che dirige – che, secondo i dati del 15 agosto 2026, nelle carceri minorili si trovavano 523 ragazzi, un numero quasi raddoppiato rispetto al 2022. Anche gli ingressi negli istituti penali per minorenni hanno seguito un andamento che merita un’attenta analisi: dopo gli anni della pandemia, sono tornati a crescere e, dal 2023, hanno registrato un incremento che coincide con il periodo di entrata in vigore del decreto Caivano, emanato il 15 settembre 2023 ed entrato in vigore il giorno successivo. Nel 2025 gli ingressi complessivi sono stati 1.197, di cui 1.138 maschi e 59 femmine. La successione temporale, da sola, non basta a dimostrare un rapporto di causa ed effetto, ma impone di interrogarsi sulle ragioni di questa crescita e sul ruolo delle nuove disposizioni in materia di giustizia minorile.
Il dato, però, più importante, quello sul quale ritengo sia necessaria un’attenta riflessione, riguarda i ragazzi che non si trovano in carcere: 3.380 in messa alla prova, 540 sottoposti a misure alternative e ben 11.350 coinvolti in indagini sociali. Sono numeri che raccontano un mondo complesso, fatto di storie, situazioni familiari, fragilità e possibilità d’intervento. Un mondo che non può essere letto soltanto attraverso le statistiche della detenzione.
Lasciando per un momento da parte quest’ultimo dato, mi pare di capire che la sua idea sia quella di fare del carcere il modello di riferimento anche per chi si trova in comunità e per chi è sottoposto alla messa alla prova. La presidente del Consiglio ha più volte richiamato la necessità della certezza della pena; il rischio, tuttavia, è che questa venga interpretata come certezza del carcere. Ma la certezza della pena non coincide necessariamente con la detenzione: significa anche certezza della responsabilità, dell’intervento educativo e delle conseguenze delle proprie azioni.
Se si volesse estendere indiscriminatamente la risposta carceraria a ragazzi che oggi vengono seguiti attraverso percorsi diversi, ci troveremmo davanti a una prospettiva inquietante. Il numero di 5.703 minori detenuti, che si potrebbe ricavare sommando alcune delle categorie citate, va considerato con cautela, perché le misure non sono necessariamente omogenee né sempre esclusive. Ma il punto politico e culturale rimane: vogliamo davvero che il carcere diventi l’orizzonte verso cui indirizzare ogni ragazzo che entra in contatto con la giustizia? Credo che neppure negli Stati Uniti d’America, un modello che in materia penitenziaria non seguirei, dovremmo cercare la risposta ai problemi della giustizia minorile.
Signor Ministro,
costruire nuove carceri, senza interrogarsi sulle ragioni che rendono necessario ampliarle, rischia di rivelare l’incapacità di comprendere fenomeni complessi e la mancanza di coraggio nell’affrontare la questione della sicurezza, se non attraverso risposte semplicistiche e illusoriamente risolutive. Costruire nuove carceri per minorenni rischia di diventare una sconfitta dello Stato di diritto e anche di quel valore che il vostro governo dichiara di voler difendere a tutti i costi: la famiglia. Perché una politica che vuole difendere la famiglia dovrebbe chiedersi anche come impedire che un ragazzo venga separato dai suoi affetti, dal suo contesto e dalla possibilità di costruirsi un futuro diverso.
Proprio in questi mesi stiamo presentando un libro sulla giustizia riparativa, uno dei tanti che, per fortuna, vengono pubblicati. Lo hanno scritto due miei ex colleghi e racconta esperienze difficili ma coraggiose di incontri tra vittime e autori di reato, tutte nell’ambito minorile. Da più parti si urla che chi rompe deve pagare e che, se è minorenne, a pagare devono essere i familiari. È un principio che può apparire giusto e razionale, perché richiama ciascuno alle proprie responsabilità. Ma, quando si parla di minori, occorre domandarsi quale sia il modo più efficace e giusto per renderli consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni. Il libro si chiama “Nel deserto nascono i gigli”, è stato scritto da Gianni Pinna e Caterina Perra, professionisti che conoscono profondamente il mondo minorile e la mediazione penale. Quel titolo è evocativo: è un auspicio, un traguardo, una possibilità.
Riparare il danno è necessario. Non significa dimenticare la vittima, minimizzare la sofferenza o sottrarre chi ha commesso un reato alle proprie responsabilità. Significa cercare, quando è possibile e nel rispetto di tutte le persone coinvolte, una strada che consenta di riconoscere il male provocato e di affrontarne le conseguenze. Ritengo che proprio in questo campo si possa aprire un dibattito serio, capace di andare oltre le contrapposizioni e di restituire alla giustizia la sua funzione più profonda.
Se, invece, la risposta è soltanto il carcere, l’isolamento, l’accumulo di rabbia e rancore, noi, signor Ministro, finiamo per perdere. Finiamo per rinunciare persino ad avviare un discorso chiaro, etico e riparativo, capace di aiutare quei ragazzi a sentirsi parte dello Stato, anziché destinatari di una punizione dalla quale non riescono a intravedere alcuna possibilità di riscatto.
Il carcere isola, nasconde, respinge le persone e, da solo, non crea i presupposti per la riparazione. Non dobbiamo costruire nuove carceri per minori come se fossero l’unica risposta possibile. Dobbiamo costruire nuovi percorsi, nuove strade, nuovi modi di intervenire, capaci di tenere insieme responsabilità, sicurezza, educazione e reinserimento. La sicurezza non si misura soltanto contando le persone che rinchiudiamo, ma anche verificando quante riusciamo a restituire alla società senza che tornino a commettere reati.
Ci pensi, signor Ministro. Da un uomo di legge mi aspetto un’analisi capace di riportare questa questione nell’alveo del dibattito pubblico, non una risposta di «pancia» alle richieste di una parte della popolazione che si accontenta di soluzioni secche, immediate, apparentemente rassicuranti, ma che rischiano di non risolvere il problema.
Ci ripensi. So che non è facile, ma, mi creda, è necessario. Glielo chiedo da persona che il carcere lo ha conosciuto, lo ha vissuto e ne ha compreso la complessità. E che proprio per questo sa quanto sia facile costruire muri e quanto sia difficile, ma necessario, aprire strade.