Sembra quasi che stiamo riavvolgendo il film con la colonna sonora della «Canzone del Maggio» di Fabrizio De André. Solo che, a distanza di quasi sessant’anni, tutto è cambiato: il fuoco non risparmia più le millecento e la rabbia è diventata più cruda. Più viva.
A Parigi è ripartita la protesta e dalle nostre parti abbiamo, come sempre, paura di guardare a ciò che sta succedendo ai confini del nostro Paese, quasi a voler dire che, in fondo, non sta succedendo niente e che, al massimo, arresteranno qualche studente. Ma non è così.
Ciò che accade a Parigi ci dovrebbe coinvolgere, interessare. È una rivolta solo apparentemente sorda, è un urlo che attraversa la nostra apparente indolenza, dovrebbe scalfire le nostre serate noiosissime, disperse tra primarie sì, primarie no, si governa meglio, governano peggio, il programma, la voglia, la pazzia, la colpevolezza e la finta allegria.
Parigi, la rivolta, il fuoco, gli arresti, le cariche della polizia, i manganelli: è qualcosa che ritorna e, per quanto ci si possa sentire assolti, siamo, ovviamente, tutti coinvolti.
E allora? Allora dovremmo cominciare a parlare delle generazioni che, per rabbia e mancanza di futuro, cospargono i presidi di benzina, devastano le scuole, bloccano l’accesso alle aule e vedono tutto strumentalizzato dalle forze politiche.
È un film che ritorna, già visto, forse logoro, ma che ha un’unica matrice: la mancanza di ascolto per le nuove generazioni.
Noi non siamo attenti alle richieste, non ci interessa quello che i giovani chiedono da anni, in Francia come in Italia e come nel resto del mondo. Noi li utilizziamo solo per buttarli nelle guerre vergognose, li facciamo saltare in aria come se fossero videogiochi e poi, dai nostri salotti, ci meravigliamo di ciò che accade in Francia in queste ore.
Piccolo inciso: guardate che «gli spari sopra» sono per noi.