Non è semplice occuparsi di minori, soprattutto quando l’aggressività sfugge a ogni controllo. La risposta, naturalmente, non può essere un decreto che vieti di portare coltelli in classe o, peggio, bombe rudimentali: è una reazione di pancia, poco accorta, che scivola sulla superficie di un problema immenso.
Non è solo aggressività, sarebbe troppo comodo dirlo. Bisogna puntare lo sguardo sull’ambiente in cui un ragazzo cresce, sulle assenze prima ancora che sulle colpe. Vicari, primario di neuropsichiatria infantile al Bambino Gesù di Roma, ricorda che «se non si hanno stimoli culturali aumenta il fattore di rischio». Ma c’è di più: l’emergenza riguarda il disturbo mentale che, sempre secondo Vicari, coinvolge il 20% degli adolescenti, mentre lo Stato continua a non investire nulla per contrastarlo.
C’è poi un altro dato, quasi ignorato, che riguarda l’aggressività rivolta verso il proprio corpo, l’autolesionismo. Una fantasia distruttiva che non si può liquidare con qualche commento sotto i post di Facebook, né archiviare con una nuova ondata di pacchetti “sicurezza” che tutto sono fuorché sicuri. Dotare le scuole di metal detector non scalfisce il fenomeno della rabbia, non intercetta il dolore che la genera.
Forse bisognerebbe investire sui docenti, sugli psicologi, sul tempo pieno, sull’educazione all’emotività, sulla capacità di attraversare la sconfitta senza esserne travolti. L’inasprimento delle pene non riduce i comportamenti violenti; al contrario, in molti casi alimenta l’identificazione con il ruolo del ribelle, del “maudit” che seduce le giovani generazioni.
Se i minori vivono nel disagio, è sul disagio che si deve intervenire, e subito dopo su chi lo abita. Da anni manca una discussione seria sui problemi dell’infanzia e dell’adolescenza. Non interessano. Ci accapigliamo, al massimo, su episodi isolati – la famiglia nel bosco – che diventano alibi perfetti per non guardare in faccia ciò che davvero conta.
Quando decideremo di prenderci carico del disagio giovanile, sarà già tardi. E lo sappiamo.