Non credo di aver mai letto, nella pur mia lunga carriera a contatto con diverse autorità giudiziarie, un comunicato così fermo, così alto, così perfetto, così «resistente» come quello firmato dalla presidente della sezione GIP-GUP, dott.ssa Vincenza Maccora, e dal presidente del Tribunale di Milano, dott. Fabio Roja.
È un comunicato schietto, senza fronzoli, che prova a spiegare ad alcuni esponenti politici «di rilievo, ricoprenti anche alte cariche istituzionali» che la terzietà del giudice non è qualcosa da mettere in vendita al mercato delle falsità, in buona o in mala fede.
Nei confronti di Youssef Siher, indagato per istigazione alla violenza, non sussistevano, secondo la giudice, salvo ulteriori sviluppi probatori, quei gravi indizi di colpevolezza che costituiscono il presupposto necessario per l’applicazione di una misura cautelare personale.
E tutti quelli che avevano visto in lui «il grande colpevole», il grande eversivo, la mente eccelsa di tutto ciò che era accaduto nelle piazze di Milano, devono, in qualche modo, fare i conti con la legge e con le regole previste dal nostro ordinamento giuridico.
Il provvedimento della giudice non è vergognoso, anche perché — ed è questa la chiusura della bellissima lettera firmata dai due magistrati — «la vergogna riguarda altre categorie della vita sociale, non il responsabile e difficile esercizio della giurisdizione».
Questa frase andrebbe scolpita su tutti i libri di diritto. Dovrebbe essere presa a esempio per spiegare la terzietà del giudice che è soggetto soltanto alla legge. Ma, soprattutto, dovrebbe servire a rispondere a una domanda che rivolgo ai forcaioli, a quelli che condannano senza neppure leggere una carta.
Voi, cittadini, voi benpensanti, voi esponenti politici di rilievo, ricoprenti anche alte cariche istituzionali, voi Beniamino Zuncheddu l’avreste senz’altro condannato.
Questa è la vostra zustissia che, per fortuna, non è quella dei giudici del Tribunale di Milano. E neppure la mia.