Ho visto Zustissia. Un film bellissimo, denso, mirabile, necessario. Un lungo racconto che ci trasporta nelle maglie complicate di una giustizia che vorremmo infallibile, ma che è inevitabilmente esposta agli uomini, ai loro gesti, alla pochezza di alcuni e alla vigliaccheria di altri.
Beniamino Zuncheddu è l’innocenza genuina, quella che ha gridato per oltre trent’anni, da una cella di carcere, di non aver commesso quei delitti. E intanto principi del foro, polizia e magistratura continuavano a non credere, a non seguire piste diverse, perché c’era, apparentemente, una pistola fumante: un testimone che aveva visto e che, in realtà, non poteva vedere.
Guardando il film, monta la rabbia, insieme all’impotenza davanti a un sistema che troppo spesso non vuole processare i propri errori. Ci sono due frasi che calzano a pennello e che rubo a un altro lungometraggio, apparentemente lontano da questa storia. È C’era una volta in America, con Noodles, interpretato da Robert De Niro, a pronunciarle.
La prima è: «Hai aspettato molto?». E lui risponde: «Tutta la vita».
Ecco, è la frase perfetta per Beniamino. Ed è anche la più amara.
Poi, ancora, quando gli viene chiesto: «Che cosa hai fatto in tutti questi anni?», la risposta è di altissima letteratura: «Sono andato a letto presto».
Potrebbero essere le frasi di Beniamino. Nel film, ovviamente, non ci sono, ma rimangono sottotraccia, come un raccordo segreto tra la giustizia e l’attesa, tra la sospensione e la disperazione.
Beniamino, però, a una domanda del bravissimo regista Francesco Piras risponde proprio come Noodles: «Beniamino, come hai fatto a resistere tutto questo tempo?». «Un giorno alla volta».
Ecco l’essenza della storia, del racconto, della terribile camminata nel deserto di un uomo innocente e solo: vivere un giorno alla volta.
Nel film, a un certo punto, si apre la voragine su alcune storture di una parte della magistratura, del metodo di Luigi Lombardini, conosciuto da molti e finito troppo spesso sotto il tappeto. Ricordo benissimo quei silenzi, quelle frasi pronunciate sottovoce, quando pubblicai La zona grigia, dove raccontavo come Lombardini, pur di ottenere un risultato, arrivasse a far condannare persone innocenti.
È vero, quel processo da me preso in esame (sequestro Bussi) non è stato rivisto e, nel frattempo, Mallocci è morto. Il metodo Lombardini faceva comodo: era semplice, sbrigativo. Ma non era giusto, come dimostra anche il caso Zuncheddu, e non percorreva le strade del diritto.
Il film è interpretato magnificamente da un bravissimo Michele Riondino che interpreta il coraggioso Avvocato Mauro Trogu e da un immenso Fabrizio Ferracane nel ruolo di Beniamino Zuncheddu. Tutti gli attori sono davvero all’altezza della situazione e la regia è magistrale.
Per la prima volta, vedo una Sardegna che non eccede nel folklore, nell’accento improbabile, figlio di troppi stereotipi. Bravissimi nella scelta di far parlare i protagonisti in sardo, con la traduzione. Bellissime alcune scene del carcere di Uta, dipinto nella sua immensa solitudine, con il sottofondo delle pale eoliche, in un non luogo che sembra essere la fine del mondo.
Francesco Piras è un grande regista e lo aveva già dimostrato con tre cortometraggi mirabili. Se vi capita, andate a recuperare Il nostro concerto, del 2018. Francesco è un regista, ma è anche un grande direttore della fotografia: ha curato la fotografia di Bentu, di Salvatore Mereu, e sa colorare i luoghi come pochi altri.
Sa far respirare le immagini. L’introduzione del film è poesia pura: una Sardegna vera, rude, senza maschere. Sa curare i particolari: la ricostruzione della cella di Buoncammino rasenta una perfezione rara, difficile da trovare in altri film. E poi i primi piani, i silenzi, le carrellate sulla testimonianza struggente, accompagnata dall’interpretazione gigantesca di Luciano Curreli. Ci sono lacrime che ti rimangono in tasca e non capisci, fino alla fine, se siano lacrime di rabbia o di disperazione. C’è quel ragazzo che palleggia con la testa sulle scalinate del tribunale. Ci sono quei bambini che osservano muti le scene orribili che soltanto i grandi sanno disegnare.
Ecco, Zustissia è tutto questo. Non è soltanto un film di riscatto: è un film di denuncia, di verità, di forza, di coraggio davanti agli errori giudiziari.
Mi ha reso più libero e felice.
Pensando a Beniamino Zuncheddu, ho pensato intimamente a quella zona grigia che dipinsi nel lontano 2008, dove c’è la storia di un innocente che, come Beniamino, alla domanda «Lei si dichiara innocente?» rispose con mestizia e forza: «Io sono innocente».
Dopo questo film, credo che tutti potranno capire che cosa significhi camminare un passo alla volta e aspettare la libertà per tutta la vita. Andando a letto presto.
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