Mi chiamo Nidal Hasan e sono stato condannato a morte. Il 5 novembre del 2009 ero, come ogni giorno, nella base militare del Texas. Ero il maggiore Hasan, psichiatra dell’esercito statunitense. Quel giorno i soldati si trovavano in una sala d’aspetto del centro medico della base. Erano in attesa di sostenere l’ultima visita prima del dispiegamento in Iraq e Afghanistan. Io non volevo partire. Per una serie di motivi. Sono nato in Virginia, i miei genitori sono palestinesi e musulmani. Ho studiato medicina militare e sono entrato nell’esercito degli Stati Uniti d’America. Un percorso, tutto sommato, normale. Però quel giorno ho sentito qualcosa, qualcuno, un orribile rumore di fondo. Ho immaginato l’orrore, il sangue, il buio. Tutto è comparso e tutto è scomparso. In un attimo. Avevo la pistola d’ordinanza e ho cominciato a sparare: uno, due, tre, sino a uccidere 13 persone, tra cui una soldatessa incinta. Sono un mostro. È vero. Al processo, per esempio, non mi sono neppure difeso. Non per mancanza di coraggio, ma per eccesso di contraddizioni. Ho ucciso 13 persone inermi. Seppure soldati che potevano comunque morire in battaglia. Ma non è questo il punto. Sono colpevole e merito il peggio che è riservato al Caino di turno. Nel mio Paese, perché gli USA sono il mio Paese, ai militari traditori e assassini come me è disposta la pena di morte. Non contesto. Fa parte delle regole del gioco. Mi fucileranno. Era dalla fine della Seconda guerra mondiale che non giustiziavano qualcuno tramite fucilazione. Dovrei sentirmi quasi onorato. Alla morte si risponde con la morte, almeno da queste parti. Ho seminato sgomento, orrore e disperazione. Non sono il solo, ma è giusto che paghi. Poteva esserci un altro modo? Non lo so. Sinceramente. Però sono fortunato. Il presidente Trump ha smentito il ministro della Guerra Peter Hegseth: morirò. Sempre fucilato. Ma la mia morte non sarà trasmessa in streaming. Sarà il silenzio ad accompagnarmi nel buio, nello sgomento e nella notte infinita. Senza pubblicità.