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Questa terra è la mia terra, La nuova Sardegna, 27.4.2016

Il vecchio capo indiano, segnato dalle rughe di troppe primavere, si sedette su un monte e non voleva saperne di lasciare il suo villaggio. Quando il nuovo americano gli chiese perché non volesse andare da un’altra parte, in una riserva più bella e assolata lui, muovendo pochissimo gli occhi e spingendo le rughe sugli zigomi rispose: “Noi siamo figli di questa terra e questa terra fa parte di noi”. Il vecchio indiano Cherokee fu costretto a lasciare i propri territori e spostarsi, con la forza verso l’altipiano d’Ozark. Passò qualche mese e quel vecchio indiano morì.
Anche noi, siamo figli di questa terra e, decisamente questo vento, questo mare, queste piante, questi animali li sentiamo nostri. Però non basta. I vecchi camminano ormai verso le lunghe praterie dell’infinito e i giovani inseguono una vita elettrica e veloce. Quasi irraggiungibile. Le avevamo le storie da raccontare. Avevamo anche i paesi che si stanno svuotando. Monteleone Roccadoria e la leggenda della principessa che volò nel vuoto, Montresta, Padria, Sini, Sorradile, solo per citarne alcuni. Sembrano vecchi villaggi abitati solo da antichi saggi che scrutano, senza muovere gli occhi, il lontano paesaggio.
C’erano uomini e donne in quei villaggi che sapevano camminare tra i rovi. C’erano bambini che sapevano ascoltare le favole e raccoglievano l’esperienza dei grandi. Si andava a zappare la terra, a disegnare filari sempre più dritti, a mungere e correre. Dicono non sia più una vita edificante, perché se serve la frutta la troviamo da tutte le parti: basta acquistarla. Così i villaggi gonfi di storia diventano gusci vuoti che nessuno vuole riempire. Le coste rappresentano l’immediato futuro. Son tutti lì i sardi, ad osservare il mare. A riempirsi le tasche di azzurro e di speranza che, però, rischia di non arrivare. I giovani, attratti dalle luci, dai colori e dalla modernità abbandonano le campagne. Lasciano, dunque, la loro terra.
Viviamo tutti in città da molti anni, ormai. Con i nostri semafori, i parcheggi in seconda fila, case piccole a costi elevatissimi, file interminabili da tutte le parti. Ci accontentiamo delle pere della Spagna, i limoni d’Israele e le lumache del Marocco. Anche le lumache non hanno più il nostro accento e quell’antico sapore. Preferiamo il grigio con qualche ciuffo di verde e gli animali li vediamo, ormai, solo nei film o in televisione. Il turismo non è interessato all’interno della nostra isola o, più precisamente, l’interno della nostra isola non riesce a coinvolgere il turista. E’ un vecchio e annoso discorso: noi siamo figli di questa terra ma viviamo – e per pochi mesi – dalle opportunità che ci regala il mare. Adesso i sindaci dei piccoli paesi si stanno muovendo. Qualcuno, addirittura, regala le case per ricostruirle e per non tralasciare il peso dell’identità. Anche l’idea di cedere i terreni ai giovani è sicuramente interessante. Occorre comprendere se si intende, davvero, costruire le basi per un’impresa, per un modello eco sostenibile, biologico, a chilometro zero. Perché, è vero, si disegnano sempre scenari immensi ma il primo passo deve essere effettuato all’interno del nostro recinto sociale: i prodotti sani e genuini debbono poter circolare in Sardegna, debbono essere presenti sui nostri tavoli. Quei prodotti di quella terra ormai abbandonata devono poter diventare il marchio che ci contraddistingue o, come direbbero i giovani di oggi il “brand” per poter fare “impresa”. Noi, dunque, come ci ricorda il vecchio capo indiano, facciamo parte di questa terra e lei fa parte di noi. Ci sono passaggi semplici da compiere. Ci sono paesi che aspettano, attendono le storie. Ci sono giovani che queste storie sono in grado di scriverle. E raccontarle.

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