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per vincere si deve barare ( sardegna soprattutto 10.1.2014)

per vincere si deve barare ( sardegna soprattutto 10.1.2014)

“Per vincere si deve barare». Così dice il vecchio con gli occhiali spessi osservando e analizzando i sondaggi, le impressioni, gli articoli sui quotidiani, i blog dedicati a questo gioco terribile e avvincente: le elezioni regionali. «Non è mai come si vedono le cose in politica», aggiunge scrutando lo sguardo acerbo dei ragazzi sudati e stanchi. «Ecco, si candidano delle persone per raggranellare qualche voto, spanderlo nel territorio, per la semplice dimostrazione di presenza in quel luogo. Poi, chiaramente si votano anche altri candidati, magari non nostri. E’ importante, per esempio che qualcuno, proprio dei nostri, non venga, nella maniera più assoluta eletto. Sarebbe un danno, per il partito.».

Parla muovendosi senza procurare nessun rumore. Storie di altri tempi. Eppure presenti ancora oggi. «Voi potete scrivere qualsiasi cosa sul programma, tanto le gente non legge. Sono le persone che contano. Quelle giuste. Dobbiamo fare come i democristiani. Ve li ricordate i democristiani?» Ci sono facce confuse e assorte. Facce troppo giovani e fresche per rimescolare certi ricordi. « Le preferenze. Bei tempi. SI doveva votare la quaterna. Ad ognuno veniva data una serie di numeri da ricopiare nella scheda. Solo uno era il numero sempre presente. Quello che sarebbe stato davvero eletto. Gli altri erano semplici portatori d’acqua. Avete capito?» I democristiani. I loro metodi.

L’elezione del segretario nei congressi fumosi e gonfi di parole. La balena bianca che spiaggiava tra gli interventi di Moro e quelli di Fanfani. E le truppe cammellate che giungevano dalla Puglia o dalla Calabria o dalle Marche per sostenere il candidato di turno. Gli uomini al servizio del partito. «Ora se qualcuno ha scritto una legge dove è possibile votare un partito e non il presidente espresso da quel partito una ragione ci sarà», dice l’uomo con gli occhiali spessi e voce roca, rotonda, avvolgente. Troppo avvolgente. «La partita è persa. Per vincere dobbiamo barare. Per esempio, votiamo Progres, o gentes oppure comunidades ma non votiamo per il suo candidato presidente Michela Murgia. Votiamo per Pigliaru e così faremo vincere la coalizione di sinistra. E Cappellacci perde.».

L’uomo dagli occhiali spessi sorride mentre nessuno parla. Forse li ha convinti. In fondo perde Cappellacci e la Murgia sarà ricompensata, magari assessore alla cultura: una scrittrice sarda diventata famosa in Italia. Il ragazzo con capelli in ordine e giubbotto spesso controlla timidamente il territorio, si toglie le mani da tasca e si avvicina al tavolo, dove l’uomo dagli occhiali spessi ha appena parlato. «Un giorno», dice il ragazzo con i capelli in ordine, «si perdeva una partita. L’avevamo giocata con sufficienza, convinti di stravincere. L’allenatore ad un certo punto cominciò a sgolarsi e le urla le sentimmo sino dentro l’anima. Ci disse che potevamo prendere anche dieci goal, ma non potevamo mai passare la palla agli avversari e si perdeva tutti insieme così come si vinceva.

Il mio amico si gettò in area di rigore e aspettò il fischio dell’arbitro. Che non arrivò. Mi avvicinai e gli dissi di alzarsi. Non si passa la palla all’avversario e, soprattutto non si ruba. Non mi è mai piaciuto perdere e quella volta incredibilmente vincemmo. Il secondo gol lo segnò proprio quello che aveva tentato di barare. La palla gli arrivò grazie ad un mio passaggio. Eravamo una bella squadra costruita intorno alle persone. Si può vincere in tanti modi, ma occorre sempre giocare le partite con le regole certe. Senza sperare negli aiuti degli altri». Il ragazzo con i capelli in ordine ha finito di parlare. Tutti soppesano il silenzio. Poi, mentre sta per uscire, si rimette le mani in tasca e aggiunge: «Ma chi ve lo dice chi è oggi il candidato migliore?”.

Non c’è vittoria con nessuna strategia se non c’è la passione e chi ha la voglia forte, la convinzione, la speranza non la baratterà mai con niente e con nessuno. Lo ripeto a tutti: si vince solo se si gioca insieme. In campo e in panchina. Michela giocherà la sua di partita. Come tutti. Si vince e si perde, ma il popolo arbitro non può fischiare un rigore inesistente e il popolo delle tribune non ama guardare una partita truccata. Sappiatela. Io, la palla, per esempio, non l’ho mai passata se non giocava con la mia squadra. Coerenza e senso etico. E passione. Ne abbiamo ancora bisogno. “Con fierezza e dignità.”

*Dedicato a Pasquale Chessa e al suo articolo apparso oggi sulla Nuova Sardegna)

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