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Per  fare il formaggio ci vorrebbe il latte (La Nuova Sardegna, 30 giugno 2015)

Per fare il formaggio ci vorrebbe il latte (La Nuova Sardegna, 30 giugno 2015)

Sono cresciuto con dei nonni curiosissimi: con il latte producevano il formaggio (la ricotta, lu casgiu spiattatu e li buleddi) con l’uva, invece, riuscivano a tirare fuori un vino  Cannonau misto al  Pascale di Cagliari, con qualche ceppo di Vermentino. Scopro, in questi giorni, che la commissione europea ha ribadito all’Italia la richiesta di consentire la produzione di formaggi senza latte fresco. Ora, capisco che questa strana comunità ha permesso, nel tempo, di produrre il vino senza uva (lo chiamano wine-kit) e il cioccolato senza cacao,  ma giocare anche sul formaggio credo sia davvero scandaloso. C’è un passaggio, bellissimo, nell’ultima enciclica di Papa Francesco: “Se teniamo conto della complessità della crisi ecologica e delle sue molteplici cause, dovremmo riconoscere che le soluzioni non possono venire da un unico modo di interpretare e trasformare la realtà”. Ecco, sembrano parole adatte alla commissione che interpreta e manipola la natura, costringendoci ad acquistare, sempre a prezzi più bassi, prodotti di pessima qualità che distruggeranno il nostro ecosistema. Io non credo si debba essere molto competenti   per comprendere l’importanza che ha, in questo momento, la salvaguardia del pianeta, della biodiversità e del riappropriarsi della terra, intesa come valore assoluto, da coltivare e custodire con amore e passione. Ci abbiamo fatto un’EXPO su questo importante argomento. Chi pensa di produrre del formaggio con latte in polvere sa benissimo che sta minando la storia, i saperi, i gusti, la qualità di un intero paese. In Italia (lo ricorda Carlo Petrini) ci sono circa 400 formaggi, ognuno con la sua storia, la sua origine, la sua leggenda, il suo amore fortissimo per la terra. Questo gioco, molto sporco, utilizzato dalle grandi multinaziona
li che hanno un ruolo purtroppo determinante, rischia di far scomparire i nostri formaggi, la nostra cultura e il nostro immenso patrimonio legato alla qualità e al gusto. Il parmigiano, il pecorino, il taleggio, il mascarpone, il fiore sardo, la scamorza, cancellati da chi ha deciso, alzando quasi la voce,  di costringere l’Italia ad eliminare una legge nazionale, la n. 138 del 1974 che vieta in maniera esplicita l’uso del latte in polvere per produrre i formaggi. Questa legge, secondo Bruxelles, rappresenta però una restrizione al “libero mercato”. E’ difficile, a questo punto capire  cosa possa significare “libero mercato” se non la morte dei sapori e dei saperi di una nazione.  E’ l’omologazione vergognosa alla dittatura di chi decide, con le leggi,  come si debbano confezionare prodotti che, a volte, hanno impiegato migliaia di anni per arrivare sino a noi, ancora genuini.

Ci stanno rastrellando il terreno della speranza, stanno violentando la terra, stanno modificando in maniera palese il gusto per il cibo. Hanno deciso che non si debba continuare a produrre così come pareva naturale da millenni. E’ questo quello che vogliamo? E’ davvero possibile che a nessuno sia venuto in mente che non era questo il mondo in cui volevamo vivere? Non possiamo non capire che questi passaggi burocratici, asettici, senza nessun granello di passione ci porteranno  a rompere il patto con quella terra di cui, ricordiamolo, siamo solo degli ospiti. Diceva un vecchio canto Apache: “Io sono parte della terra e la terra fa parte di noi”. Ecco, allora è giunto il momento di dire un forte e deciso no: noi stiamo dalla parte della terra, del nostro pecorino, del fiore sardo, delle caciotte morbide necessarie per le “casgiadini”, noi siamo quello che è stato tramandato per secoli, noi siamo il latte delle nostre pecore, il sudore dei nostri nonni, l’aratro con un vomere di legno, i buoi e il vino denso e nero. Noi siamo questo, siamo i sapori antichi e veri, siamo il latte della pecora e della vacca che camminano sulla nostra terra. E da quel latte, solo da quel latte, vogliamo continuare a produrre il formaggio.

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