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Le parole sono come i coltelli (La Nuova Sardegna 10 ottobre 2017)

Le parole sono come i coltelli (La Nuova Sardegna 10 ottobre 2017)

Le parole sono come i coltelli: bisogna stare attenti a come si usano. E, a volte, fanno male. Qualcuno che si definisce “gruppo reazionario sassarese” sta imbrattando da qualche giorno i muri del centro storico di Sassari con scritte minacciose nei confronti degli immigrati e  dell’assessora ai servizi sociali Monica Spanedda, colpevole, agli occhi del “gruppo”, di aver difeso le politiche di integrazione del comune nei confronti di chi, da tempo chiede asilo e  possibilità reali  di inclusione nel tessuto cittadino. Mi colpisce il nome  utilizzato dagli anonimi scrittori e la definizione di gruppo, quasi a voler significare che dietro quelle scritte ci sia più di qualcuno, che non siano una massa difforme ma, per l’appunto, un vero e proprio gruppo reazionario (e quindi, per l’accezione storica del termine, sicuramente conservatore e contro gli stranieri) e, soprattutto “sassarese”, ovvero etnicamente ben definito: gente di casa nostra, indigeni, persone che vivono da sempre in città. Scrivono “fuori la spazzatura” alludendo a delle persone che vivono in un quartiere dove nei giorni scorsi e da alcuni mesi esiste una certa sofferenza, dovuta a problemi di convivenza tra gruppi di etnia diverse. Il gruppo reazionario sassarese ha analizzato la situazione e ha sintetizzato tutto scrivendo alcune frasi dure, accuse pesanti; ha utilizzato il linguaggio antico delle scritte sui muri, ha addirittura utilizzato il dialetto per esprimere un giudizio praticamente definitivo: “a foras sos nigerianos”. Il gruppo reazionario sassarese ha però impiegato non il sassarese ma  il sardo logudorese commettendo due errori di fondo: ha sbagliato idioma e ha criminalizzato un popolo. Sono sassaresi? Rappresentano, in qualche modo la città? Rispondere negativamente è facile ma non basta. Non basta dire che i cittadini di Sassari sono inclusivi, non sono razzisti, sono pazienti e disponibili. Non basta perché qualcuno di quegli stimati cittadini aggiunge, seppure sottotraccia, “fino ad un certo punto” e quindi ripropone la questione che non può essere semplicemente relegata a pessime scritte sui muri da eliminare; le parole sottovoce raccontano altro e quell’altro deve essere portato sul tavolo della discussione. Monica Spanedda ha trovato una bella risposta alla sfida e a chi le chiedeva provocatoriamente di provare a venire a vivere nel centro storico, ha risposto in questo modo: “Voi conoscete me. Io non conosco voi. Parliamone”.

Quelle scritte sui muri rappresentano il male di vivere, l’incapacità di analizzare le complessità del mondo, la poca voglia di ascoltare le storie degli altri, quelle scritte sui muri sono la miscellanea di una serie di errori compiuti nel corso degli anni, sono il frutto di scelte poco accurate, sono il risultato di chi non ha voluto comprendere che la desertificazione della città avrebbe prodotto, obbligatoriamente, quei risultati. Il centro storico non ha più un’anima, molti quartieri centrali non hanno un’anima o se vogliamo essere più chiari, hanno anime diverse da quelle che credevamo avessero. Per anni abbiamo, in maniera scellerata, delocalizzato il centro, per anni abbiamo regalato ai sassaresi lo “shopping” facile, sicuro, con parcheggio annesso fuori dalla città. Per anni le scelte politiche sono state quelle di non occuparsi del centro cittadino ma di autorizzare la costruzione di terribili “non luoghi” fuori le mura costringendo le persone ad utilizzare l’auto anche per acquistare un chilo di pane. Il risultato, terribile,  è quello che abbiamo davanti agli occhi: Sassari è divenuta una delle città “non luogo”, inutilizzata dalle persone; l’unica città che protesta per la ZTL al contrario di  altre (l’esempio di Bari da me visitata ultimamente) dove il centro è chiuso totalmente al traffico. Anche io non so chi siano gli imbrattatori dei muri ma sono comunque convinto che è necessario ascoltarli: è necessario affrontare un percorso dove spiegare che le complessità non si risolvono in brevi concetti e, come affermava Don Milani “non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali tra disuguali”. Le parole sono come i coltelli: utilizziamole solo per tagliare il pane provando  a dividerlo tra tutti.

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