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Le madri dei calabresi “libere di scegliere

Le madri dei calabresi “libere di scegliere” (La Nuova Sardegna, 10 ottobre 2015)

(editoriale apparso sul quotidiano “la Nuova Sardegna” – 30/10/2015

Una madre sa come abbracciare un figlio e sa anche come farlo navigare dentro le onde tortuose della vita. Sa, anche come sia difficile riuscire a scardinare vecchie abitudini, segnate non solo dalla storia ma anche e soprattutto dal territorio, dal campo che gli occhi percepiscono. Capisce che i disegni non sono sempre gli stessi e i colori, per quanto forti e decisi, in Calabria hanno un senso diverso dalla Sardegna o dal Veneto, dalle Marche o in qualsiasi altra parte del mondo.
Il concetto è stato studiato ed esaminato da Kurt Lewin con la famosa teoria del campo, dove i comportamenti sono dettati dagli spazi di vita in cui le persone si muovono.
Questo hanno pensato le madri calabresi rivolgendosi al giudice per salvare i propri figli dall’ambiente della ‘ndrangheta: “Salvateli da un futuro criminale, trovategli un nuovo contesto di riferimento affinché possano costituirsi nuovi modelli di comportamento e di condotta”. Le madri calabresi hanno compreso cosa respiravano in quei luoghi i loro cuccioli: lo stile di vita è legato nel perpetrate ciò che i loro padri, a torto o a ragione, continuano a replicare da anni: un vortice dove, stando a stretto contatto con quel territorio, è difficile, se non quasi impossibile uscirne. Occorre un radicale cambiamento e per ritornare alla teoria del campo è assolutamente importante il luogo sociale dove il bambino si sviluppa, perché sarà proprio quell’ambiente che plasmerà il senso etico delle cose, sarà in quel luogo che si impareranno le norme e i moduli di comportamento.
Le madri calabresi hanno scelto, seppure con dolore ma con altrettanta fermezza, di scommettere sul futuro, di salvaguardare i propri figli.
E’ un passaggio a dir poco rivoluzionario ed è un fenomeno che va visto con assoluta attenzione. Nel mondo delle criminalità organizzata certi messaggi sono molto allarmanti: da quelle parti si gioca nel rispetto delle loro ataviche regole, dure, ferme, dove il patto, a volte è dettato solo ed esclusivamente dalla nascita in una famiglia piuttosto che in un’altra e il destino è terribilmente segnato.
Sono una ventina, stando al resoconto di Francesco Viviano su La Repubblica, i ragazzi che hanno intrapreso la strada di “liberi di scegliere” e i giudici hanno adottato una serie di provvedimenti “coraggiosi” disponendo l’allontanamento dei giovani dalle loro famiglie, inviandoli fuori dalla Calabria in strutture dove possano sperimentare nuove esperienze di crescita. Percorso indubbiamente difficile ma credo importante e replicabile. In questi anni è cresciuta considerevolmente la consapevolezza di dover incidere sul territorio ma, a volte, le strade, come in questo caso, sono molto complesse. Questa scelta sembra molto vicina a quella che in carcere comincia a crescere seppure lentamente, legata alla giustizia riparativa: i detenuti che prendono coscienza dei propri errori e si dichiarano disposti a rimettersi in gioco riparando le loro colpe. Qui, sono le madri che prendono coscienza dell’impossibilità di poter continuare in quei luoghi e tagliano quel cordone in maniera netta e risoluta. E i figli? Come vivranno questa scelta? L’apprezzeranno?

Un figlio ha sempre occhi intensi quando osserva la madre. Non ha ricordi di un seno che lo ha allattato, ma ha la certezza che se oggi riesce a respirare, a correre, ad urlare, tutta la scenografia l’ha disegnata sua madre. Non si recide quel cordone neppure a milioni di chilometri di lontananza. Per quanto si possa sbuffare, nascondersi per la vergogna quando siamo adolescenti, rispondere in maniera brusca, c’è sempre un altare per la madre che ci aspetta in qualsiasi latitudine. E lei rappresenta la madre intensa, dura, remota, silente e solitaria, ruga della storia, ombelico che non si taglia, occhi che rimuginano e sono bloccati alle immagini di un passato che non cammina. Quei figli, un giorno, comprenderanno quella strana scelta scelta perché le madri li hanno consegnati alla vita.

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