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L’aridità del nuovo decreto per i minori (La Nuova Sardegna, 10/9/2023)

Dove abbiamo sbagliato? Perché ci troviamo davanti ad un deserto di sentimenti, una sequela di cinismo, di azioni assurde che raffigurano un mondo orribile?  Perché davanti a degli atti terribili la risposta è un decreto che intende risolvere, quasi magicamente, problematiche incancrenite da decenni? Essere emotivi quando si devono tracciare linee sociali e giuridiche è pericolosissimo e la scelta di questo governo risponde alla famosa “pancia” del paese che spera in interventi tutti carcere e sicurezza. In nessun paese al mondo la devianza minorile si è risolta con qualche articolo di legge. Il governo italiano sceglie la strada di repressione, con un pacchetto che prevede multe, divieti e anche la possibilità di arresto (sino a due anni) per i genitori che si rifiutano di mandare i figli a scuola.  E ancora: contro lo spaccio di droga il divieto di accesso e di avvicinamento ai locali pubblici, l’ammonimento del questore per i minori tra i 12 e 14 anni che commettono delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a 5 anni. Lo stesso questore potrà vietare ai minori di possedere o utilizzare telefoni cellulari. Sulla prevenzione e sulla visione generale del problema le misure sono praticamente nulle. La Procuratrice Fenu, in un’intervista a La Nuova Sardegna, ha posto l’accento su un problema fondamentale: rieducare il minore valorizzando l’azione dei servizi sociali che, anche in Sardegna, sono carenti. La Dr.ssa Fenu rammenta che gli episodi che coinvolgono i soggetti giovanissimi come spaccio di droga, atti persecutori e maltrattamenti in famiglia sono, nella nostra isola, in costante crescita. Non c’è un allarme sociale ma è giunto il momento di porsi qualche domanda che provi a superare l’emotività del momento e lavori, invece, su quello che la Dr.ssa Fenu chiama “comportamento sbagliato radicato in un contesto familiare disagiato e dotato di scarso senso civico”. 

Il modello di famiglia è superato da un pezzo, il modo di “fare” i genitori ha necessità di un tagliando sociale, ha bisogno di una tela nuova, di altri fraseggi, di nuove soluzioni. Non possiamo più dire che tutto questo ci crea orrore, ribrezzo, che siamo diventati peggio dei lupi – e i lupi, a dire il vero, non violentano e sparano a nessuno – perché questo palcoscenico e questi attori sono il nostro prodotto, sono il nostro voler sistemare le cose in maniera spiccia, risolutiva, pragmatica. Gli adolescenti sono degli assettati che si abbeverano alla  fontana degli adulti. Ascoltano e registrano, utilizzano le nostre movenze, imparano a muoversi con i nostri gesti e diventano il prodotto della fabbrica “famiglia”, quella che va alle partite di calcio e litiga per uno scontro tra ragazzini, che insulta e denuncia i docenti o ricorre al tribunale per una sonora bocciatura del proprio figlio. E’ un processo lungo, complesso, che non può partire da un semplice divieto all’uso del dispositivo cellulare, ma dovrebbe cominciare con lo spiegare l’importanza sociale e positiva di quello strumento. Tra l’altro, così come evidenzia lo psicologo Luca Pisano, i giovani sono scaltri e veloci e il divieto del questore lo aggirerebbero in un attimo. Davanti a questo deserto educativo occorrono strumenti sociali nuovi: si investa sulla scuola e non sulle prigioni, sul senso civico, sui servizi sociali che siano in grado di formalizzare un percorso davvero virtuoso per il minore. Si scommetta sull’inserimento temporaneo nelle comunità e si trovino i finanziamenti per farle funzionare in maniera professionale. Nel decreto mi sarei aspettato l’assunzione di assistenti sociali, educatori di strada, psicologi, persone in grado di modificare la retorica narrazione di “Dio, Patria e famiglia”. In Sardegna e soprattutto nel sassarese servono più comunità. La giunta regionale cominci a lavorare su questo progetto. I frutti si vedranno negli anni e anche se non pagano come visibilità politica del “qui ed ora”  renderanno  un gran bel servizio al futuro dei nostri figli.