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La mia Asinara: ritorno al ventre della memoria (La Nuova Sardegna 9/9/2009)

Non si ritorna sui luoghi che sono stati oggetto della tua densa storia. Ma ho deciso che potevo fare un’eccezione. Sono ritornato, dunque, all’Asinara. La mia Asinara. Ritorno nel ventre della memoria. Ritorno a riveder le stelle, a risentire quei rumori che non trovo dal 28 febbraio 1998, giorno in cui sono andato via. Ritorno quindi con la segreta speranza che tutto si sia fermato e con un’ inquieta convinzione che non sarà così. Infatti quella terra ha visto in questi dieci anni di “parco” respiri diversi che hanno tentato di rimuovere le storie che erano figlie del carcere. Dicono che è la natura il personaggio principale del nuovo film, il carcere è solo un contorno, è solo una marea di suppellettili in disuso. E vedo i turisti che a frotte entrano a Fornelli, si dirigono verso la seconda sezione, quella della rivolta delle brigate rosse, senza che nessuno spieghi assolutamente niente. Occhi che non comprendono, occhi secchi, senza nessun colore, senza nessuna possibilità di capire. Perché una visita in questo modo è solo una passeggiata stupida e minimalista Ho spiegato ad alcuni amici che erano con me l’importanza dei rumori e la loro differenza. Mi sono avvicinato ad un portone blindato di una cella. Il blindo, in gergo. L’ho appoggiato e con vigore ho sbattuto lo spioncino. Questo è il rumore di fornelli, ho spiegato. Poi, quando ci siamo recati a visitare la diramazione Centrale ho ripetuto lo stesso gesto, ma il rumore era sordo, più dolce, più rotondo. La porta era in legno e non in ferro, il corridoio delle “cellette” della centrale è basso e non altissimo – circa quattro metri – come quello di Fornelli. Ecco il rumore della centrale, ho detto. L’Asinara ha silenzi che si devono decifrare e rumori che si intersecano nelle pieghe degli occhi di chi osserva. Ma qualcuno deve poterle raccontare le storie. Invece il parco ha effettuato altre scelte. Dicono “naturali” Il parco nazionale dell’Asinara ha deciso, in maniera ferma e risoluta, di distruggere la memoria del carcere, un carcere che era sull’isola dalla fine del 1800 e che ha contribuito in maniera fortissima a costruire “quell’isola”. Se fate una passeggiata nei luoghi di ritrovo (ostelli, bar, ristoranti, punti di incontro) troverete tante pubblicazioni sulla natura e libri fotografici bellissimi, portachiavi a forma di asinello e cartoline dei luoghi più belli. Una sensazione per chi, come me, l’Asinara l’ha vissuta da dentro, come operatore del carcere, di trovarmi in un luogo di plastica, una sorta di resort dove tutto è costruito. Una Dubai dentro un’isola che meritava altro. Ho lasciato la mia Asinara con il cuore sgonfio e gli occhi rivolti verso il basso. Non è la polvere vera che mi fa paura, ma quella artificiale che hanno gettato sulla memoria. Non ci sono espressioni o modi o sensazioni che si possono raccontare. Ho visto le stelle molto più grandi la notte a Cala d’Oliva. Ho visto le stelle gonfie di occhi che osservavano. Muto l’universo, muto il mio sguardo, muto l’orizzonte di un’isola a cui hanno deciso di cancellarne le voci e i rumorosi silenzi. Hanno ferito la memoria. E non è una bella cosa. Lasciandola, la mia Asinara, l’ho osservata con lo sguardo che si regala ad un amore che parte. Ma un viaggio – e neppure questo – può essere definitivo.
Oggi qualcuno vorrebbe riaprire il carcere. Il problema, paradossalmente è un altro: qualcuno dovrebbe occuparsi di qualcosa che non c’è più e non si ottiene autorevolezza cancellando ciò che è stato. Riaprite, per cortesia quello che è stato: restituite le vecchie storie ai turisti che le vogliono ascoltare. Ho tentato di regalare idee, ma nessuno mi ha ascoltato. E poi, questi strani politici che non conoscono la costruzione delle cose, quando qualcuno (sempre politico) annuncia di ritornare indietro, allora tutti gridano alla vergogna, ma sono piccole dichiarazioni che non spiegano nessuna verità. Vi dico: riaprite la storia del carcere, create un museo, raccontate le vite che hanno assaporato l’Asinara. Questa è la strada. Ma i politici tra annunci, aperture, riaperture e chiusure hanno un unico interesse: decidere che il prossimo presidente del Parco sia uno di loro. E’ questo che costruisce la malinconica tristezza che quotidianamente mi assale.