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Il terribile rumore della verità. (la Nuova Sardegna, 26/3/2016)

Il terribile rumore della verità. (la Nuova Sardegna, 26/3/2016)

Editoriale apparso sulla Nuova Sardegna, 26 marzo 2016

E’ difficile convivere con un passato che non quadra. Perché i contorni non solo sono sbiaditi ma sono diversi da come erano stati fotografati. Terribilmente diversi.
Scoprire la verità nell’età della ragione è sempre pericoloso.
Diventa complesso da rimestare il groviglio dei ricordi e si rischia di perdere il senso delle cose.
Un bambino di sei anni attende sua madre. Inizialmente non ci fa caso poi, dopo qualche ora, comincia a chiedere. “Se n’è andata con un altro uomo”, gli dice il padre e queste sono frasi che si cementificano sulle strade di tutti, figuriamoci in quelle dei bambini. La madre lo ha abbandonato. Senza neppure un ciao, una carezza, una parvenza di spiegazione. Il padre decide di trasferirsi, lasciare Gela, la Sicilia e andare a Pesaro, con la cugina della moglie che sarebbe diventata, successivamente, la sua compagna e dalla quale dopo dieci mesi avrebbe avuto un altro figlio.
Il bambino osserva. E non capisce.
Nessuno si fa troppe domande. In Sicilia, seppure siamo nel 1987, sono cose che non si raccontano in giro. Quel bambino cresce e diventa uomo.
Con in tasca quella strana fase gettata con determinazione da un padre troppo spiccio nel liquidare la propria moglie.
Una mamma giovanissima.
Traditrice.
Fuggita con un altro uomo.
Però le cose, probabilmente non stanno così e quel ragazzo diventato uomo comincia a scavare in un passato con troppe parentesi e troppi macigni. E’ un uomo curioso.
Alla ricerca di una madre perduta.
Non si è fatta mai sentire in tutti questi anni.
Anche se l’aveva abbandonato il tempo sedimenta le storie e riscopre gli affetti. Niente. Rosaria Palmieri non si trova. Da nessuna parte. Non una telefonata, una cartolina. Nulla. Sembra sparita, inghiottita dentro le frasi di un padre troppo veloce a chiudere la storia.
Liborio ritorna a Gela e la nonna materna sussurra poche parole a Liborio: “Tua madre non è scomparsa, non ti ha abbandonato, non è fuggita con un altro uomo. Tua madre è stata uccisa da tuo padre”.
Il macigno che crolla con fragore, quella slavina che comincia ad inghiottire tutti gli affetti. Quelle parole che ritornano.
Ci sono è vero, le confessioni tardive. Quelle di un detenuto che dopo anni decide di liberarsi e ripulirsi la coscienza.
Ci sono i momenti in cui ci fermiamo sulla soglia di un futuro ormai corto e diciamo “abbiamo sbagliato”. Ma questa è una storia terribile.
La distruzione di una madre, la convinzione che lei fosse la peggiore donna del mondo, liquidata con poche parole da un padre che, invece, l’ha uccisa.
Quella madre che riemerge dopo 22 anni dalla palude dei ricordi, dalle sabbie mobili del passato. Poi, si scopre che il padre di Liborio frequentava brutte amicizie.
La nonna di Liborio queste cose le sapeva.
E aveva paura.
La sua casa era gonfia di lutti: gli avevano ammazzato il marito e un figlio.
Gente senza scrupoli.
Il padre di Liborio non è un mafioso, è stato una volta in carcere, ma era stato assolto.
Eppure la nonna sa come sono andate le cose.
Erano semplici.
Storie di provincia, un delitto di paese con una soluzione facile per tutti, a portata di tutti. Ma non a Gela. Da quelle parti nessuno si chiede perché Vincenzo Scudera prende il proprio figlio e parte per Pesaro con un’altra donna che diventerà, da subito, la sua compagna.
Ci vuole la nonna che racconta a Liborio il perché di quell’omicidio: “Tua madre aveva scoperto che tuo padre la tradiva con la cugina che poi ha sposato. Aveva aperto una lettera che lei gli aveva mandato in un periodo in cui lui era in carcere.
Aveva capito.
E qualche tempo dopo gli trovò nelle tasche dei pantaloni una collana d’oro. Pensava volesse regalarla a lei facendole una sorpresa. Ma quella collana poi tua madre la vide al collo della cugina e non ebbe più dubbi che i due avevano una relazione.
E, infatti, un mese dopo la scomparsa di tua madre, hanno preso te e se ne sono andati a vivere insieme a Pesaro”.
Una confessione limpida, chiara, che sconvolge Liborio. Ne parla con la sua compagna, un avvocato, e insieme decidono di cercare la verità. Si scopre, per esempio, che nessuno aveva presentato una denuncia di scomparsa. Il padre viene arrestato.
Sono storie di vita, che camminano lente.
Sono storie che capitano in una famiglia che tutti ritenevano normale, di quelle da difendere. C’è qualcosa da rivedere sul nostro concetto di normalità che ci portiamo appresso da troppo tempo.
Come un macigno che non riusciamo a spostare.

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