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Il corpo del ragazzo -  La Nuova Sardegna, 19.2.2017

Il corpo del ragazzo – La Nuova Sardegna, 19.2.2017

Cosa ci racconta il corpo di un ragazzino che non ha retto la pressione di una perquisizione della sua stanza e si è gettato dalla finestra davanti ai genitori e a dei finanzieri? Cosa ci racconta questa storia arida, fatta di silenzi e di sensi di colpa, di scelte obbligate e di mosse forse azzardate, di un controllo dovuto e di un finale sbagliato? Cosa ci racconta quel corpo inerme di un figlio che amava il pallone, la paura delle punizioni, il fumo come soluzione effimera, lo sballo artificioso ad una vita complicata e con troppe insidie? Ci racconta che noi eravamo davanti, c’eravamo con le istituzioni che quotidianamente vengono nominate, accusate e difese. Eravamo lì con i rappresentanti della legalità e la famiglia. C’eravamo tutti e potevamo difenderlo quel ragazzino di quindici anni. Ma non lo abbiamo fatto. Quel corpo ci racconta i nostri errori, quel voler punire sempre e comunque senza mai analizzare il peso dei castighi, senza mai verificare il peso delle manifestazioni, quel voler mostrare e mostrarsi integerrimi in un mondo con troppe falle. Quel corpo ci racconta le nostre sconfitte, quel volersi accontentare di inseguire i piccoli spacciatori, i molestatori, quelli senza un permesso di soggiorno e additarli come i peggiori, gli ultimi, i reietti.
Quel corpo ci racconta di un minorenne incensurato che, a seguito di un controllo all’uscita di scuola, gli viene trovato un panetto di hashish. Si decide per la perquisizione a casa, con i dovuti modi, con la presenza dei genitori, obbligatoria quando si tratta di un minore. Poi succede qualcosa: una decisione improvvisa e sicuramente improvvida che getta il corpo dalla finestra, che getta il mare delle opportunità dentro un pozzo nero dove noi siamo solo ai margini. Ma ci siamo dentro. Non era un delinquente il ragazzino, non aveva, forse, la capacità di esserlo. Detenere droga ai fini di spaccio è un reato. Ma non è questo il punto. Sarebbe troppo facile liquidare la cosa con “tanto era uno spacciatore”. Dovremmo, invece, cominciare a riflettere sull’opportunità di legalizzare le droghe leggere. Ce lo suggeriscono le statistiche e ce lo suggerisce il buon senso: non è vero – o, comunque non è scientificamente accertato – che chi comincia con l’hashish finisce per usare droghe più pesanti. Quel corpo sull’asfalto ci racconta un’altra verità: i ragazzi, oggi, sono sempre più soli, dentro un mondo quasi sconosciuto ai genitori, alle istituzioni, un mondo dove c’è posto solo per le loro parole e i loro confusi sogni. Vivono nel cantuccio infinitesimale dell’incertezza e lo “sballo” sembra essere il colore più avvincente di un arcobaleno sempre in bianco e nero. Quel corpo sull’asfalto ci racconta dei nostri fallimenti, del nostro essere sicuri che tutto si risolve con la coercizione, con la punizione e con il carcere. Con quel corpo non ci possiamo più parlare perché, probabilmente, non ci abbiamo mai parlato. Siamo sempre pronti a difendere i nostri figli da chiunque ma in maniera non oggettiva. Viviamo un’isteria compulsiva volta a proteggere sempre e comunque e non abbiamo insegnato a questi giovani la cultura della sconfitta. Quel corpo solitario e duro urla in maniera quasi smodata ma non lo sentiamo. Non siamo più abituati a sentire gli altri. Se uno ha un grammo di hashish in tasca è un tossico. Se uno, con il telefonino invia messaggi osceni o, peggio, video terribili, è solo una simpatica canaglia e ha voglia di scherzare. Quel corpo ci dice semplicemente che abbiamo sbagliato e che non riusciamo a comprendere il silenzio dei nostri figli.

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