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Il colore delle favole. La vecchia storia di Erika e Omar (La Nuova Sardegna, 27 dicembre 2019)

Abbiamo bisogno di favole per sopravvivere a questi giorni colorati e festanti. Abbiamo bisogno di qualcosa di appagante, rassicurante, avvolgente. Forse non tutti gli alberi hanno le palline luccicanti, forse non tutti i presepi hanno i figuranti felici, forse non tutte le strade delle nostre città restituiscono il clima di dolcezza e serenità. Ecco perché servono le favole: per esemplificare la nostra inadeguatezza a leggere il reale. Abbiamo bisogno di favole e di speranza per poter raccogliere i cocci della nostra esistenza e portare avanti le nostre storie. Ci sono favole appiccicose, quelle che regalano lacrime e commozione con troppa facilità. Poi ci sono le storie che diventano favole perché si è deciso che vengano scritte nel libro dei miti e raccontate per generazioni. Storie con un prologo negativo e che, invece, riescono a modificarsi e dipingere tutto di rosa nell’epilogo: sono i bambini che i vigili del fuoco salvano da sotto le macerie, donne che riescono a denunciare i loro carnefici, uomini che si riscattano da momenti bui. Le favole servono per raccogliere tutti i sassi sparsi sul nostro selciato e provare a ripartire. Come ha fatto Francesco De Nardo che sulla sua strada aveva tre grossi macigni quasi impossibili da scostare. Il primo era Erika, sua figlia che, insieme al suo fidanzato Omar, nel 2001 decisero di vagare nell’orrore. Il secondo era rappresentato da sua moglie e il terzo dal suo figlio più piccolo,  fratello di Erika. Quel giorno di diciotto anni fa quei massi bloccarono la strada di Francesco che poteva, al massimo sopravvivere. La figlia aveva ucciso in maniera barbara e abbietta sua madre e il proprio fratellino. Il male aveva dipinto del nero più cupo la casa di Francesco De Nardo che si trovava senza moglie, senza un figlio e con l’unica sopravvissuta in carcere. Quell’unica figlia era, purtroppo, l’assassina; era lei che aveva procurato la frana nel cuore di Francesco. E le favole servono a poco davanti ad un dolore praticamente indescrivibile che raccoglie i confini dell’universo, che piegherebbe qualsiasi essere umano. Non puoi più osservare quella ragazzina di 16 anni con gli occhi di un padre, non puoi pensare che quella superstite può rappresentare il futuro, non puoi permetterti di scommettere su di lei: l’assassina della donna con la quale, per amore, avevate deciso di far nascere due figli. Come una favola semplice, piccola, autarchica, tutta vostra. Non puoi permetterti di cercare un lieto fine nei contorni di una favola nera. Erika e Omar sono condannati al fuoco eterno, alla maledizione di Caino, saranno segnati per sempre e tu, Franco capisci che quei macigni non ti permetteranno più di vedere un limpido orizzonte. La ferocia ha avvolto tutto e distillare odio non serve a spostare neppure di un millimetro quei macigni disposti sulla strada. Lasciar perdere e cercare altre vie non è semplice. Tua moglie e tuo figlio non ci sono più. Da questo punto Francesco riparte. Si siede sul baratro della voragine creata da Erika e osserva. Dal male si parte, da quel punto nero si traccia una linea che con lentezza si prova a superare. In silenzio, senza ascoltare le urla discontinue che rimangono in sottofondo Francesco riparte da Erika. Dalla favola nera dove tutto era finito, tutto si era concluso, tutto era terribilmente scontato. Invece quel grande masso, all’inizio con le mani e poi con  lo scalpellino della comprensione, negli anni si è quasi dissolto. Son diventate piccole pietre che hanno permesso a Francesco ed Erika di ritrovarsi, di provare a sciogliere quel ghiaccio che aveva ricoperto il cuore e l’anima. Francesco ha provato, con la calma e l’amore di padre, a riparare gli affetti, ricucire i momenti, dividere i fili cattivi da quelli buoni e riabbracciare Erika. Come nelle favole. La ragazzina si è come risvegliata, non è diventata principessa, ha percorso una strada arida, ha raccolto quelle piccole pietre e, come Pollicino, ha ritrovato la strada di casa. Le favole servono per vivere meglio e per capire che l’uomo può solo ricostruirsi. Con la forza della riparazione.

Giampaolo Cassitta.

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