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il buio e la dignità (La nuova Sardegna 2 luglio 2014)

il buio e la dignità (La nuova Sardegna 2 luglio 2014)

Ecco il mio commento pubblicato stamattina sul quotidiano “La Nuova Sardegna” a proposito della condanna europea all’Italia sui fatti del carcere di S. Sebastiano a Sassari, accaduti nell’aprile del 2000.

Abbiamo provato a ripartire così, senza guardarci indietro, come si fa quando la paura ci attanaglia e lo sgomento costruisce fili sottili dentro lo stomaco. Abbiamo provato a dimenticare, perché gli anni sedimentano gli animi e la sabbia appesantisce il dolore e incrosta i ricordi. Ma quella ferita, quella tristezza sotto traccia, è riaffiorata oggi, con la sentenza dell’Europa che condanna lo Stato italiano per maltrattamenti contrari all’umanità nei confronti di un detenuto. È accaduto nel 2000, a Sassari, nel carcere di San Sebastiano. Sono stati giorni duri, bui, sono stati momenti sospesi in un vuoto senza senso, attimi intensi pieni di sconcerto e di costernazione. Le sentenze che sono state scritte hanno riportato la verità processuale e oggi l’Europa ci dice che quelle storie sono state analizzate in maniera sbagliata. Difficile mettersi dalla parte di qualcuno, oppure giudicare chi dovrebbe garantire quotidianamente lo Stato di diritto. Quei giorni duri e cupi, dove tutti siamo passati nella strettoia del silenzio, dove abbiamo assistito agli arresti eccellenti, dove dei poliziotti sono finiti in cella ecco, in quei giorni, nessuno ha vinto. Fu una sconfitta severa per tutti. Ma fu anche un punto di partenza diverso e fu una linea sottile nella quale si delimitava il passato e il futuro. Le sentenze hanno condannato e assolto e la storia processuale è cristallizzata. Oggi l’Europa ci suggerisce una strada, un momento di riflessione cui nessuno si può sottrarre: operatori e cittadini. Perché si parla di tortura, di diritti, di libertà, ma si parla, soprattutto, di dignità. Da alcuni anni gli sforzi del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria sono tutti votati al superamento di questa strana emergenza non voluta dalla struttura ma nata da scelte legislative effettuate dalla politica. Infatti, se le carceri scoppiano è perché, come paese, abbiamo sempre voluto rispondere al reato, a qualsiasi reato, con il carcere. E abbiamo ammassato la gente nonostante gli istituti penitenziari potessero contenere solo un certo numero di detenuti. Si è continuato, negli anni, a recludere piuttosto che a includere. Quello stare chiusi, quel non poter fare praticamente niente al caldo o al freddo, quel non poter avere nessuna alternativa ad una cella tre metri per tre dove, come nel caso del vecchio carcere di S. Sebastiano, si viveva gomito a gomito e con un bagno all’interno della cella, con un piccolo muro divisorio. Dove la tensione era all’ordine del giorno, dove era impossibile poter progettare attività trattamentali, dove l’ordine non aveva più un senso logico, dove la dignità non trovava nessun luogo per accovacciarsi ecco, all’interno di quella bolla immensa è successo. Sono stati attimi assurdi, raccontati dai detenuti e ricordati nelle aule processuali. Sono stati i rumori, i lamenti, le paure, la follia forse, sono stati i gesti inconsulti, le scelte sbagliate, quelle per le quali delle persone sono state condannate. Ma all’Europa non è bastato. La corte ha sottolineato la lunghezza dei nostri processi, il nostro farraginoso modo di costruire la giustizia, la lieve entità delle pene nonostante fosse stato assodato che il pestaggio dei detenuti fu attuato. L’Europa ci chiede di riflettere. Quel risarcimento al detenuto ha questo significato: non deve più accadere. Mai più. Gli sforzi degli ultimi anni sono andati in questa direzione. Le carceri sono state aperte, gli spazi amplificati, oggi nelle carceri si respira un’aria diversa, si prova a mettere al centro il detenuto e il trattamento, c’è la consapevolezza dell’errore e c’è anche la volontà di riparavi. La sentenza sui fatti di Sassari ci costringe a riguardare dentro gli errori, a respingere con forza quegli avvenimenti, a giocare la partita solo ed esclusivamente sulla dignità delle persone.

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