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I silenzi di Orune,  La Nuova Sardegna, 28 maggio 2916

I silenzi di Orune, La Nuova Sardegna, 28 maggio 2916

I rumori appesantiscono gli eventi.
E’ sempre stato così d’altronde.
Il silenzio raccoglie consensi anche se, a volte, limita il racconto quotidiano.
Nelle storie di vita, in quelle intersezioni dove è possibile fermarsi e provare a capire, le parole possono non bastare. Ci sono spiegazioni ai rumori sguaiati di chi vuole farsi sentire a tutti i costi e ci sono spiegazioni al “non rumore”, a quella mancanza totale di perturbazioni sonore che camminano sulle corde dell’anima. La verità, in questi casi, è complicata e dovremmo in qualche modo provare a sfogliarla, stando attenti a non saltare nessuna pagina di un libro non sempre scritto con semplicità.
Ci sono storie raccontate ed altre da raccontare.
Di giovani e di paesi. C’è anche, in mezzo a tutto, la complessità dei gesti, la miscellanea della cultura dominante, di quella arcaica e di quella modernissima, dettata dai messaggi al telefono, su internet. Ecco: questo punto può essere analizzato da diverse finestre, può trovare soluzioni semplici e abusate da chi vuole liquidare il fenomeno come un normale modo di fare e di essere. Sei negro, quindi puzzi, sei rumeno, quindi rubi, sei sardo, quindi sequestri, sei di Orune, quindi sei omertoso.
L’analisi dozzinale e spiccia di un problema complesso non può trovare queste risposte. Non può e non deve.
Le storie vanno raccontate, ma dobbiamo essere sempre consci di dover scegliere tra la realtà ed un romanzo.
Ci sono dei giovani, adolescenti come tanti, locali da ballo, birra, approcci, spinte, qualche parola di troppo; poi spunta fuori una pistola. Come in un un romanzo. Come un punto di non ritorno.
Poi non succede niente.
Quasi niente.
Forse una rissa, forse troppo dura, forse troppo cattiva, di quelle che meritano vendetta. Poi ci sono i morti.
Perché i morti in questa storia, purtroppo, appaiono. Esistono.
Giovani anche loro, troppo giovani per morire, troppo piccoli per comprendere. Poi c’è il silenzio. Che avvolge il paese, i muri, la gente. Perché sei sardo, quindi sequestri, perché sei di Orune e quindi sei omertoso.
Facile cadere dentro questo pensiero debole. Facile trovare la soluzione costruendo l’etichetta al paese e alla gente. Mica qualcuno è andato davvero a sentire, ad ascoltare, a comprendere il non rumore di quelle parti. Che è lo stesso che c’è a Cogne, a Piacenza, a Belluno, a Cosenza.
Sono i silenzi che si accovacciano sulla morte.
Sono quei delitti che devono, obbligatoriamente, camminare sui binari sotterranei delle nostre coscienze.
Però, poi, i morti rimangono.
Come gli assassini.
Il problema non è trovare la soluzione a questa situazione complessa, ma cercare la verità in questa storia complicata fatta di giovani e di accuse, di vendette e di pistole, di auto che spariscono, di alibi che si costruiscono, di poesie che non si comprendono e di persone che pontificano.
E’ difficile dare voce a chi non ha voce. Perché il problema non è il silenzio del paese ma il troppo rumore che ha coperto questa ed altre storie. Una società liquida, elettrica e veloce attende solo risposte e soluzioni: gli immigrati? A casa loro.
Abbiamo provato a capire dove e come vivono, da quali orrori fuggono? No. Sono negri e questo ci basta.
Gli orunesi? Sono omertosi, vendicativi, hanno sempre una leppa in tasca, è la loro cultura. Come se fosse facile, come se fosse semplice catalogare un paese, una regione, uno Stato.
Come se fosse giusto.
Rimangono le vittime e i carnefici.
Rimane la consapevolezza che tutto deve nascere dall’analisi ponderata degli eventi. Questo è il punto di partenza e non di arrivo.
Cominciare a soppesare i rumori ed ascoltare i silenzi.
Poi, con calma, si può cominciare a scrivere.