Menu
I bambini di Israele e quelli della Palestina (La NUova Sardegna, 8 novembre 2023)

I bambini di Israele e quelli della Palestina (La NUova Sardegna, 8 novembre 2023)

Questa è la storia di due bambini: il primo biondo e l’altro bruno. Entrambi avevano un unico Dio ma credenze religiose diverse. Avevano quattro anni entrambi e non custodivano  storie da memorizzare. Omer, il primo bambino,  è stato colto dall’attacco di Hamas in un kibbutz, una delle fattorie agricole a pochi chilometri dalla frontiera di Gaza. Uomini armati hanno ucciso i genitori e poi hanno dato fuoco alla casa, lasciando Omer insieme alle due sorelline all’interno dell’abitazione. Una fine atroce, assurda, cattiva, feroce.
Omar, il secondo bambino, viveva a Gaza ed è morto sotto le macerie causate da un raid aereo israeliano su Zetoun, un sobborgo di quell’alveare sovraffollato che è Gaza City. Omer e Omar innocenti ed ignari se ne sono andati così, senza capire e sapere, senza fotografie da regalare a chi alimenta la propaganda del terrore e della follia. Poi, di colpo, come se l’orrore non fosse giunto al punto definitivo e inumano,  i social hanno fatto la loro parte e sotto le notizie delle morti dei due cuccioli d’uomo si è aperta la voragine degli insulti, della miseria e dell’odio: i palestinesi  accusano gli israeliani che la foto di Omer è, in realtà,  quella di un piccolo attore e gli israeliani, di contro, se la prendono con i palestinesi rei di aver postato la foto del bambino morto in braccio al padre: “quel fagotto che l’uomo ha in braccio è un bambolotto”. Il fango ha camminato per giorni e la verità raccoglie tutti gli schizzi dell’ira e dell’odio reciproco dove non appare possibile nessuna mediazione. Omar e Omer non lo sanno e non lo sapranno mai ma rappresentano la metafora di questi giorni dispari e cattivi dove il peso delle vittime si misura solo sulle ragioni di ognuno, senza tener mai conto di quelle degli altri. Le fake news in tempo di guerra sono il pane quotidiano. Lo abbiamo potuto notare nel conflitto tra Ucraina e Russia e non potevano mancare in quest’ultima narrazione di guerra. Però, quando la marea di bugie si ritira, resteranno cose e spazi da analizzare. Resteranno gli occhi di Omar e Omer uccisi inutilmente per un Dio, lo stesso Dio beninteso, che non ha mai dichiarato guerra a nessun popolo. Gli occhi di Omar e Omer servono per non farci smarrire la memoria perché se dimentichiamo, se facciamo finta di girarci dall’altra parte saremo espropriati dei nostri territori, del nostro vivere comune, del nostro habitat e del nostro habitus di persone pensanti, disposti a comprendere l’oggettività delle storie.
Che peso hanno Omar e Omer nella bilancia della nostra coscienza? Perché dovrebbe valere più uno o l’altro? Perché le nostre lacrime cadono sempre nello stesso luogo e siamo disposti a commuoverci solo davanti a chi cammina all’interno del nostro giardino? Quelle guerre, quelle ragioni costruite su norme sociali e religiose ci hanno annebbiato l’orizzonte e le storie, la cronaca, l’oggettività è divenuta merce rara. Si crede solo ed esclusivamente a ciò che viene raccontato nel proprio recinto e non si è disposti neppure a sentire le ragioni dell’altro. Le varietà dei giardini sono tante quante sono state le culture senza distinzione di rango o di etnia. Sono state le nostre mani a scompaginare la bellezza, ad allontanare gli occhi dei bambini. Omar e Omer vivevano a meno di trenta chilometri di distanza. Potevano diventare amici, giocare nella stessa squadra, frequentare la stessa scuola.
Ho visto, in piazza d’Italia, a Sassari,  una serie di scolaresche festanti. C’erano bambini con il colore della pelle diversa ma avevano in comune una cosa importante, definitiva e definita: gli occhi. Ho notato, mentre giocavano, urlavano e si accapigliavano che erano felici. Di quella felicità leggera che è stata negata ad Omar e Omer coinvolti in una guerra inutile e stupida perché non è vero che si combatte per il futuro di un popolo. Si combatte per il passato, per l’odio accumulato. Omar e Omer erano un palestinese e un israeliano.
Entrambi innocenti.
In un mondo di troppi colpevoli.