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Diari di Gerusalemme (La Nuova Sardegna 25 luglio 2014)

Diari di Gerusalemme (La Nuova Sardegna 25 luglio 2014)

Bisogna esserci a Gerusalemme per capire gli umori di una città apparentemente assonnata e docile, per capire le piccole differenze che difficilmente si riescono a comprendere da lontano. Bisogna attraversarla questa terra martoriata con una corazza spessa ma con un grande cuore di cristallo. Gerusalemme in questi giorni è attraversata da una tranquillità apparente. Nel quartiere arabo si festeggiava la fine delle scuole superiori e gli studenti, per strada, fanno scoppiare migliaia di mortaretti, come se il rumore, lo scoppio, la perturbazione sonora debba, necessariamente, attraversare questo lembo di terra gonfio di contraddizioni. La gente non parla di guerra. Nel quartiere ebraico, ordinato e pulito, tutti corrono veloci, nessuno ha commenti da regalare e i credenti pensano alle preghiere incollati nel muro del pianto. Solo i soldati con i loro mitra sembrano atteggiarsi a salvatori della patria. Sono ragazzine e ragazzini con un mitra pesante che ciondola e mette paura e rispetto. Nei check point della porta dei leoni c’è molta attenzione e la spianata delle moschee è particolarmente affollata di donne musulmane che, di tanto in tanto, gettano cori duri, qualcuno parla di protesta, nei confronti di un cielo diviso per tre. Questa è la contraddizione più forte di questa città raccontata da molti e compresa da pochi. Qui tutto è terribilmente diviso tra ebrei, cristiani e musulmani: le tre più grandi religioni monoteiste che hanno, tra l’altro in comune un unico Dio. E non sarebbe poco. Ed invece si nota da subito che sotto traccia serpeggia un atteggiamento ambivalente, una paura nascosta, celata nelle preghiere, nel non voler o non poter dire, nel prendersi ognuno la propria fetta, la propria strada, il proprio Dio unico e diviso in una terra che dovrebbe essere di tutti e non è di nessuno. Bisogna essere a Gerusalemme per sentire le parole di molti palestinesi disinteressati a questa nuova guerra, costretti ad essere i “cattivi” predestinati. Eppure non hanno un esercito, non hanno una terra e quella dei loro territori è ampiamente spezzettata. “Lo fanno apposta”, dicono. “Hanno costruito una loro città tra Gerico e Betlemme, impedendoci di poterle congiungere.” E ci hanno piazzato il muro. Questa parola che ritorna molte, troppe volte da queste parti. Dal muro del pianto al muro nero sino a guardare quella muraglia terribile che avvolge Betlemme e si vede fin dalla Gerusalemme ebrea. Bisogna vederlo quel muro per capire che ci saranno pure torti e ragioni ma non è possibile un dialogo con quel muro davanti. A Gerusalemme adesso dicono che i palestinesi non accettano la tregua perché vogliono attentare alla loro vita e vogliono uccidere degli innocenti con attentati terroristici. La differenza però che si percepisce è un’altra: che qui, a Gerusalemme, il quartiere ebraico lindo e pulito può essere ben difeso dalla contraerei che a Gaza non c’è. La differenza che si percepisce è nei numeri dei morti che a seconda di chi li cita assumono un peso politico diverso. I palestinesi però continuano a ricordare di non avere una terra, di non riuscire, nei loro territori ad organizzarsi. Chi passa per Gerico capisce subito la povertà di quella terra, l’impossibilità di continuare gli scavi perché nessuno è in grado di finanziarli. C’è molta rassegnazione tra i palestinesi di Gerusalemme. “Perderemo sempre,” dicono. Se non hai la terra il Dio non ti basta. Dio, Allah e Javhé potrebbero anche mettersi d’accordo posto che sono un’unica entità. Eppure la cosa più naturale non accade. Tra le mura di una città che dovrebbe essere la capitale del mondo, l’incontro di culture tutte rispettabili e da rispettare, dentro questa città di rumori e suoni lontani dove ognuno professa la sua fede nella maniera più variegata, dentro queste mura non c’è pace. Una contraddizione vivente che non ci porta lontano. La città conquistata e caduta, distrutta e ricostruita troppe volte, non riesce ad unire l’unico Dio e provare a partire da quel punto in comune. I palestinesi hanno diritto alla terra, come il popolo d’Israele. Il sangue dei bambini ha lo stesso colore e pesa terribilmente allo stesso modo. La dignità non intraprende troppe strade ma solo una e vale per tutti. Non saranno le bombe, i raid, le difese, i martiri a restituire la terra promessa. Qui, a Gerusalemme, i palestinesi parlano di genocidio, parlano di cordoni umanitari per la striscia di Gaza, parlano di migliaia di senza tetto. Qui, a Gerusalemme sembra tutto ovattato, molto lontano dal sud del paese. Ma si respira un’aria pesante. Si sperava in un cessate il fuoco. Che non c’è stato con accuse reciproche. Mi dicono che sono giochi politici, che la gente, a Gaza, ma anche a Gerico e a Betlemme vive malissimo, di stenti. Mi dicono che ognuno ha diritto al proprio pezzo di terra. Soprattutto in terra santa rispondo senza trovare altre parole.

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