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Cosa siamo diventati? (La Nuova Sardegna, 4/6/2017)

Cosa siamo diventati? (La Nuova Sardegna, 4/6/2017)

Cosa siamo diventati? Noi, figli di emigranti, di gente che non fu accolta quando, abbandonata la Sardegna, approdò in Germania, in Svizzera, Olanda, Francia, Australia. Gente che raccolse le lacrime e le nascose tra le tasche e la speranza. Scrissero lettere e non raccontarono di quegli sguardi obliqui di una popolazione che non li accettava. Perché non servono le parole davanti all’indifferenza, allo sconquasso che stiamo costruendo convinti di essere dalla parte giusta: quella nostra. Come se fosse semplice e fosse facile fuggire dal proprio paese perché non c’è speranza, perché non c’è un lavoro, perché sei un perseguitato a causa delle tue idee o, più semplicemente, perché sei un ultimo tra gli ultimi. Una condizione misera che non hai scelto, come il luogo dove nascere e la bandiera da abbracciare. Cosa siamo diventati? Noi, figli di proletari, che si abbeveravano di calcio nei campetti dell’oratorio. Noi, con un solo vestito buono per la festa comandata, un solo gelato al giorno, una sola auto, una sola bicicletta. Uno di tutto e molto di niente. Orizzonte semplice ma gonfio di insana felicità. E adesso? Ci siamo vestiti di una rabbia repressa, di un odio rancoroso contro persone inermi che non sono un problema e neppure il nostro problema,  ma questo è stato deciso da chi continua a costruire gli eventi in bianco e nero. Continuiamo ad inveire contro gente che non conosciamo, non sappiamo neppure da quale maledetta storia stanno scappando. Non abbiamo il tempo di leggere e di ascoltare: sono colpevoli. Perché negri, perché islamici, perché portano il velo, perché vanno a spasso con i telefonini, perché importunano le nostre donne, perché non li vogliamo, perché gli italiani prima di tutto. Lo dicono anche i leghisti e gli indipendentisti: gli italiani prima di tutto. Cosa siamo diventati? Gente che la domenica continua a varcare le soglie di una chiesa, che ascolta le parole del Papa, ma con l’ipocrisia dei biblici farisei non vogliamo accettare  un Vangelo che parla di pace universale e di fratellanza. Siamo diventati quelli che affermano, a proposito degli sbarchi di uomini in fuga dai confini della vita: “le stanno tentando tutte per fare diventare razzista anche Gesù” e chi lo ha scritto era cosciente che il suo commento su un social era praticamente un ossimoro: Gesù razzista. Impossibile.
Siamo diventati stolti, atei per comodità, fascisti di ritorno, razzisti per convenienza. Lo slogan “prima gli italiani” ha un senso così violento, così perfido, così egoista e così falso che serve solo ed esclusivamente per raggranellare facili consensi.  Che significa prima gli italiani? Dove devono eccellere i nostri patrioti? Nella divisione dei quartieri gonfi di camorra? Nei posti di potere, nelle banche, nelle multinazionali? Siamo abbondantemente primi e non solo gli eritrei o i senegalesi che ci rubano quei posti. Dove dobbiamo arrivare primi? A raccogliere i pomodori, a spaccarsi la schiena nelle cave, a fare le badanti? Ecco, da quelle parti siamo abbondantemente ultimi, per scelta. Chi urla “prima gli italiani” sa di essere contro la storia, contro la libertà pur professandosi liberale, contro il federalismo pur proclamandosi indipendentista. Era molto più coerente Bossi con il suo urlo “Padania libera”.  Noi, sardi, figli di emigranti, conosciamo quei volti che ci respinsero dai bar di Torino, da quelli di Monaco di Baviera, di Milano, di Ginevra. Conosciamo  quegli sguardi piccolo borghesi, falsi, pretestuosi, di gente piccola che divideva il mondo in due grandi categorie: i buoni e i cattivi, dove i buoni erano soltanto loro. Come se nel loro mondo non esistessero stupratori, assassini, spacciatori, aguzzini, cravattari. Come se vivessero in un mondo bellissimo e unico. Conosciamo quegli sguardi, quei passaggi vergognosi, quelle parole pesanti, cattive, che venivano vomitate sui nostri nonni, sulle  nostre madri e i nostri padri. Le stesse che oggi, senza nessuna vergogna, utilizziamo noi. Cosa siamo diventati?

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