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Che cosa abbiamo qui? (La Nuova Sardegna, 30 gennaio 2018)

Che cosa abbiamo qui? (La Nuova Sardegna, 30 gennaio 2018)

Rileggendo la storia di Pasquale Concas, il sardo di Tortolì accusato di aver ucciso una donna nel modenese, non posso non pensare al senso profondo della rieducazione di un condannato, perché Concas aveva già ucciso un’altra donna ad Olbia nel 1994 ed era stato condannato a 28 anni di carcere che cominciò a scontare a Sassari, per poi essere trasferito ad Alghero, dove lo conobbi. Ci sono delle parabole che si concludono bene e quasi nessuno racconta poi ci sono storie come questa, che sembrano tirate fuori da una storia di Dostoevskij o di Victor Hugo. Storie ai margini, di solitudine, di cadute sul selciato, di piccoli raggi di sole che non riescono a scaldare quella vita gettata sul selciato. Il carcere è uno dei modi per scontare la pena e, tra tutti, è quello più duro, intenso, che “segna” il corso di un’esistenza.
Il carcere è un passaggio necessario per chi si è macchiato di atroci delitti, ma è anche una palestra per potersi allenare al “dopo”, perché comunque ci deve essere necessariamente un dopo. Parlarne adesso, davanti ad un nuovo delitto è difficile, terribilmente difficile se non si parte dal presupposto che tutti abbiamo sbagliato. Tutti: il detenuto per primo, gli operatori che hanno costruito e pianificato con lui i passaggi per la sua futura inclusione sociale e quella famosa “società” che in questi casi prova a nascondersi e sfilarsi dalle proprie responsabilità. Le nostre, quelle degli operatori penitenziari, sono molteplici. Ci chiediamo molto spesso e troppo frettolosamente cosa possiamo fare per il detenuto che ci troviamo davanti, ci domandiamo come lo possiamo fare ma da tempo ci dimentichiamo che la frase primaria è quella che in un noto telefilm si poneva da subito, davanti all’emergenza: “Cosa abbiamo qui?”. Se provassimo a chiedercelo quando il detenuto con i suoi silenzi, le sue paure, le sue dicotomie, il suo modo di vedere le cose ci osserva e aspetta una risposta, probabilmente potremmo cominciare a lavorare in maniera diversa. Perché allora non lo facciamo? Perché non partiamo da quell’urgenza e ci perdiamo in mille rivoli burocratici e asettici? Perché quando si lavora con gli uomini, bambini compresi, non è semplice. Non basta l’analisi della situazione, della famiglia, la scansione degli affetti, i comportamenti davanti a certe situazioni; non basta provare a far studiare un detenuto, a farlo lavorare, a coinvolgerlo in molte attività all’interno del carcere; non basta osservarlo e giungere alla conclusione che quel ragazzo, che pure ha commesso un atroce delitto, può cominciare se non proprio attraversare la strada, almeno camminare su un marciapiede, sorreggendosi a qualcun altro.
Poi, però, anche questo passaggio può essere negativo. Pasquale Concas, l’imputato di cui stiamo parlando, quando era detenuto ad Alghero ottiene alcuni permessi premio: aveva conosciuto anche l’amore, l’affetto per una donna poteva essere un buon grimaldello per provare a ripartire, ma succede qualcosa: da un permesso evade. Arriva a Genova e non sa cosa fare, non sa neppure perché lo ha fatto, perché ha attraversato la strada senza neppure guardare se passassero delle auto. Poi telefona, parla con me, lo convinciamo a rientrare, a ripartire dal carcere. Lo fa. Si consegna ai carabinieri e ritorna ad Alghero, in carcere, gonfio di silenzi e risposte farfugliate.
La società non è dalla sua parte, vorrebbe che venisse deriso e dimenticato, ma la forza del diritto naviga su altre strade.
Dopo un lungo percorso esce in semilibertà, con qualche intoppo legato al lavoro, qualche piccola caduta. Lo incontrai, dopo che aveva scontato la pena, in una pizzeria di Cagliari. Pareva tranquillo, conduceva una vita normale con la sua fidanzata. Così mi disse.
Ritrovarlo accusato di un nuovo omicidio mi fa molto male. E’ solo imputato e la giustizia farà il suo corso. Il carcere sarà la sua prima soluzione, ma non l’unica. Mi auguro che, a differenza di quanto abbiamo fatto noi, fidandoci forse troppo, qualcuno si domandi: “Che cosa abbiamo qui?” Per provare a capire il silenzio degli uomini.

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