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Ad Alghero abbiamo perso tutti (La Nuova Sardegna, 12 aprile 2019)

Ad Alghero abbiamo perso tutti (La Nuova Sardegna, 12 aprile 2019)

Avevano un piccolo passato dietro le spalle e un futuro ancora da disegnare Alberto e Lukas.
Si son trovati dentro il nero della morte e il nero del carcere senza neppure accorgersene, senza neppure rendersi conto quali possano essere le differenze di quelle atroci tonalità. Diciotto anni è la soglia dell’adultità ma non sempre quell’età coincide con essere davvero maggiorenni, essere consapevoli delle parole e dei gesti. Ci sono ragazzini che a quindici anni possono far riflettere il mondo ed altri che neppure a trenta riescono a pianificare la propria esistenza.
Le soglie del dolore non si anestetizzano in un giorno e neppure in un mese e forse non basteranno gli anni per raccogliere le lacrime e la pietà che in questa storia inquieta camminano tra le braccia di tutti. Abbiamo perduto tutti perché non siamo riusciti a percepire, non siamo riusciti a soppesare, non siamo riusciti a tradurre gli irripetibili silenzi che questa generazione si porta dentro, queste curve di incomprensione che non si riescono a focalizzare, queste montagne che nessuno può scalare, queste finestre di rabbia ed inquietudine alle quali non riusciamo ad affacciarci.
Non riusciamo a scardinare questa crosta di falsa felicità, frettolosamente costruita dentro una città viva e illuminata, quando la “movida” inghiotte il silenzio,  quando la notte restituisce ragazzi fragili e senza serenità. Abbiamo perduto tutti: noi che abbiamo disegnato il futuro dei nostri figli nelle sacche sicure di una famiglia che, forse, non riesce più a comprenderli, di una scuola che non riesce più ad incuriosirli, una politica che non regala più passione. Abbiamo perduto tutti dentro la nostra voglia di rassicurare, difendere, comprendere, custodire questi ragazzi fragili con poche parole e molti ritornelli difficili da decifrare. Non è colpa loro e non è colpa nostra. Il futuro ci ha sorpreso dentro le nostre forti sicurezze e non siamo riusciti a prendere in carico tutto ciò che si stava velocemente modificando. Nelle passate generazioni non c’era spazio per la crescita. I nostri padri navigarono dentro mari sconquassati dalla guerra. La nostra generazione ha assaporato la bellezza della pace ed il tormento di contrapposizioni politiche. Siamo stati una generazione cresciuta tra l’ideologia marcata e contrapposta. I nostri figli, invece, sono figli di una falsa lentezza, non si portano dentro la gioia di annoiarsi e dicono ripetutamente: che palle. Ma non sanno perché. Sono un labirinto difficile da decifrare, sono comunque diamanti grezzi da smussare incurvati dentro i messaggi di un telefonino che una volta serviva per sentire la voce di qualcuno e adesso è diventato solo uno strumento per distribuire poche e piccole frasi.  La scuola può anche provare a regalare pillole di etica e costituzione, così come ha ben argomentato  il professore Tonino Budruni, ma non possiamo delegare tutto alle istituzioni scolastiche e credere che tutto, in città, prosegua tranquillamente. Questo omicidio – le cui  dinamiche saranno giudicate in un tribunale – stabilisce un nuovo punto di partenza dal quale non possiamo sottrarci: tutti i nostri “no” che non riusciamo più a dire, tutti i nostri “forse” che non sappiamo coniare, tutte le nostre incertezze che dovremmo regalare ad una gioventù cresciuta troppo in fretta, troppo sola, con poca voglia di sentire.
Alghero è una città ferita che si può rialzare. La morte di Alberto può servire, così come hanno sottolineato alcuni suoi amici, a ripartire, a rivedere tutte le paure, i timori, le rabbie, le noie, le piccole incomprensioni e le scelte che dovrebbero essere più definite, più adulte, più vere. La morte di Alberto serva a guardarsi dentro, serva a partire dalle nostre sconfitte per provare a comprendere questi ragazzini che provano a raccontarsi e raccontare. Dentro quel buco nero ci son finiti Lukas ed Alberto e noi insieme a loro. Da quel buco nero dobbiamo, come comunità, provare a raccogliere la sfida della vita e graffiare il futuro con forza, con determinazione e con il dovuto rispetto che si deve alla morte.