
L’impossibilità del perdono
216. la parola del giorno: PERDONO
Si possono perdonare persone che hanno rapito e barbaramente ucciso un bambino di due anni? No, non si possono perdonare. Il punto, però, non è questo. Il perdono è, infatti, un passaggio doloroso che cammina su strade a volte sconosciute, tra l’anima e i silenzi dell’esistenza. Si deve rispettare chi non perdona, il che non significa, beninteso, portare rancore o odio, anche se il filo è molto sottile.
Il perdono non si conquista pagando anni di carcere e neppure comportandosi bene all’interno del penitenziario. Non è merce di scambio, non si vende e non si può acquistare. Forse non si conquista neppure. A volte arriva quando meno te lo aspetti: uno sguardo, una parola, una revisione di tutto.
Certo, stiamo parlando di un bambino che oggi avrebbe ventuno anni, e i genitori non l’hanno visto crescere. Stiamo parlando di una tragedia infinita, la più grande e crudele: quella di perdere un figlio. Tutto, appunto, all’interno di una cornice: imperdonabile.
Eppure – ed è un «eppure» con cui ci dobbiamo fare i conti – le pene si scontano. Ci si può comportare bene o male in carcere, ma il fine pena (escluso, in certi casi, l’ergastolo) arriva: giunge perché la vita scorre, mantiene il ritmo del tempo. Se per il piccolo Tommaso Onofri tutto si è fermato al 2 marzo 2006, se per la madre che afferma di essere condannata a vita tutto si è fermato a quell’istante, non si ferma per gli altri, assassini compresi.
La scarcerazione per fine pena di Salvatore Raimondi sta destando scandalo, quasi stupore. Eppure, paradossalmente, è un fatto naturale e normale: quando qualcuno finisce la pena, è scarcerato. Ora, non si tratta di stabilire se sia giusto o sbagliato, perché in nome del popolo italiano la giustizia si è già espressa. Si tratta di capire come affrontare questo delicatissimo argomento, che vede sullo stesso palcoscenico vittime e carnefici, dove ovviamente si parteggia per le prime.
Non voglio, altrettanto ovviamente, stare dalla parte di Caino, ma voglio provare a ragionare sulle ragioni che hanno spinto Caino a commettere quell’orrendo delitto e capire se la pena scontata sia servita a qualcosa, se il carcere ha restituito – ed è questo il punto – un Raimondi migliore di quell’assassino che non ha esitato a rapire e uccidere un bambino.
Mettiamo da parte le responsabilità oggettive dei tre condannati – Mario Alessi, per esempio, è stato condannato all’ergastolo – e proviamo a comprendere quale percorso potrà intraprendere l’ex detenuto Raimondi. Non sarà perdonato dalla madre del piccolo Tommaso (il padre, nel frattempo, è morto) e vivrà con il peso terribile di aver ucciso una persona, di aver sottratto giornate piene di opportunità a un essere appena nato.
Ma è possibile, per esempio, costruire un percorso riparativo: qualcosa che porti a decodificare il delitto, a rimodulare quegli attimi, a scandagliare gli eventi e comprendere davvero il male che è stato fatto, non solo alla vittima o alla famiglia, ma anche al tessuto sociale. Raimondi è in grado di comprendere che quella società, quel poliziotto che lo ha arrestato, quel giudice che lo ha condannato, quegli operatori che lo hanno osservato e tenuto in carcere, sono la migliore risposta al suo infame gesto?
Raimondi forse lo sa, ma è confuso: vede intorno persone che vomitano odio, camminano con la bava del rancore, continuano a sputare sentenze, e comprende solo una cosa: in che cosa si differenziano da me? Solo perché io ho commesso l’atto. L’ho fatto fisicamente e me ne pento; vivrò con questo rimorso per sempre. Ma loro perché si comportano come me?
Quando si combatte Caino utilizzando gli stessi mezzi di Caino, non è possibile riparare un torto, non è possibile comprendere. Non dobbiamo perdonare Raimondi e gli altri assassini. Nessuno ce lo chiede. Dovremmo, però, provare a costringerli – nel momento in cui rientrano nel cortile sociale delle nostre vite – a ripartire, a confrontarsi, a mettersi al servizio attraverso gesti veri, forti, indelebili.
Questa è una brutta storia. Difficile, se non impossibile, concedere il perdono a degli assassini. Difficile riaccoglierli nella nostra quotidianità. Difficile e impossibile dimenticare questi maledetti passaggi. Possibile, invece, far prendere coscienza dei propri errori, senza concedere alcun perdono, ma provando a rispettare la giustizia e a chiedere una riparazione per il male che hanno fatto. Così si rimane un paese civile.