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Quei bimbi prigionieri. In risposta a Roberto Saviano (sardegnablogger, 21/9/2018)

Quei bimbi prigionieri. In risposta a Roberto Saviano (sardegnablogger, 21/9/2018)

Articolo 1 Legge 21 aprile 2011, n.62 che modifica l’articolo 275, comma 4 del codice di procedura civile: “ quando imputati siano donna incinta o madre di prole di età non superiore a sei anni con lei convivente, (…) non può essere disposta né mantenuta la custodia cautelare in carcere, salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza.
18 settembre 2018, carcere di Rebibbia. Una detenuta nata in Germania ma con cittadinanza georgiana , getta dalle scale i suoi due figli che deteneva con sé in carcere. La bimba, di sei mesi, muore sul colpo. Il secondo, poco più grande, morirà in ospedale.
Questa è la premessa e non è la stessa che Roberto Saviano ha pubblicato oggi su Repubblica. Lo dico e lo scrivo perché sono due premesse sostanzialmente diverse e gettano lo sguardo sulla stessa notizia citando, però, fonti normative contrapposte. Quelle di Roberto Saviano sono, per carità, sacrosante: L’articolo 31, come 2 della Costituzione italiana, (quello che protegge la maternità e l’infanzia) l’articolo 3 comma 1, della Convenzione delle nazioni unite sui diritti del fanciullo (l’attenzione preminente sul minore) e, infine, l’articolo 24, comma 2 della carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che si preoccupa sempre dell’interesse del minore sempre preminente su tutto. Queste fonti – che personalmente darei per scontate a prescindere – servono a Roberto Saviano per tenere accese le luci su un dramma terribile e che ha sconvolto le coscienze di molti.
Lo scrittore ricorda un altro fatto, quello accaduto nel carcere di Messina nel 2017,  dove una bambina di tre anni aveva rischiato di morire per aver ingerito del veleno per topi. La domanda, retorica, che si pone Saviano è la seguente: perché quella bambina è in galera se ha solo tre anni? La risposta è un’analisi condivisibile,  ma solo nella parte “sociale”. Quando Saviano si addentra nelle disquisizioni giuridico-politiche commette una serie di errori che non possono non essere  evidenziati. Nel suo articolo afferma che “sotto i tre anni i bambini devono essere affidati al servizio sociale ed invece erano in carcere”. Detta così sembra che qualcuno abbia commesso un sopruso e non è così. L’articolo 11 della Legge 354/75 recita testualmente: “Alle madri è consentito di tenere presso di sé i figli fino all’età di tre anni. Per la cura e l’assistenza dei bambini sono organizzati appositi asili nido”. Successive modifiche hanno permesso, alle madri condannate in maniera definitiva,  di accedere a diversi istituti giuridici come la detenzione domiciliare e l’inserimento in un istituto a custodia attenuata per detenute madri (ICAM) quello previsto, appunto dalla legge 62/2011, entrata in vigore nel 2014 nella parte organizzativa e relativa agli istituti a custodia attenuata.
I bambini al di sotto dei tre anni stanno con la madre perché lo prevede una Legge dello Stato e proprio in rispetto dell’articolo 31 della Costituzione italiana e le diverse convenzioni citate da Saviano negli Istituti penitenziari sono organizzati appositi asili nido. In molte occasioni i bambini vengono inseriti nei nidi della città, accompagnati da assistenti volontari sotto l’organizzazione della Direzione dell’Istituto.
La donna e quei due bambini dovevano stare in carcere? Non necessariamente. Meglio: il carcere, in questo caso,  è considerato dal legislatore l’ultima ratio tanto che l’articolo 275 del codice di procedura penale, tuttora in vigore, lo esclude  quasi in maniera categorica, ammettendolo solo ed esclusivamente se il giudice ritiene che vi siano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza. Ora, chiedo a Roberto Saviano: tutto questa terribile tragedia che cosa c’entra con il blocco della riforma dell’ordinamento penitenziario approntata da Andrea Orlando e bloccata dal nuovo ministro della Giustizia Alfonso Buonafede? Che significa che il Pd si è dimostrato codardo nel non sostenere “a pieni polmoni la riforma dell’ordinamento penitenziario?” Non significa assolutamente nulla e non sposta di un millimetro il dramma di Rebibbia che andrebbe analizzato con un altro tipo di occhiali non propriamente politici.
Il problema, grande come una casa,  è la differenza di ciò che si pensa e si attua in sede legislativa e quello che poi, in realtà si riesce ad effettuare nell’applicazione delle leggi.
In questo caso l’articolo 275 del codice di procedura penale è quasi sempre disapplicato e viene utilizzata dal giudice  la frase assolutamente legittima e discrezionale  che tutto salva e bonifica: “sussistono esigenze di eccezionale rilevanza” e la donna, con i bambini,  finisce in carcere.
Roberto Saviano lancia poi un’accusa nei confronti del Ministro Buonafede che ha sospeso la direttrice, la vice direttrice e il vicecomandante della polizia penitenziaria perché, secondo il guardasigilli “nel mondo della detenzione non si deve sbagliare”.
Sono provvedimenti che nell’universo penitenziario, soprattutto nel Dipartimento dell’Amministrazione Penintenziaria (DAP), hanno avuto un effetto devastante, proprio perché è stata una decisione immediata contrapposta all’immobilismo di sempre. Saviano però sbaglia quando accusa il Ministro di sapere poco del mondo della detenzione proprio perché ha bloccato la riforma penitenziaria. Anche in questo caso occorre essere precisi: la riforma voluta dall’ex Ministro Andrea Orlando poteva benissimo essere presentata nei tempi giusti, cosa che il PD si è ben guardato dal farlo per paura di essere punito nelle imminenti elezioni elettorali (e qui mi trovo assolutamente d’accordo con Roberto Saviano) ma quella riforma non è stata bloccata dal Ministro Buoanfede se non in pochissimi articoli che insieme al suo staff legislativo ha rivisto e in qualche maniera cassato. Il corpo generale di quella riforma è ancora in piedi e sta per essere votata dal Parlamento come è ancora in piedi – finalmente, aggiungo, a proposito di minori – il nuovo ordinamento penitenziario dedicato esclusivamente ai minori. L’errore del Ministro, a mio avviso,  è stato quello di non aver ben soppesato gli eventi e di aver agito probabilmente “mal consigliato”. Capisco che il Ministero della Giustizia è una macchina complessa, al centro di moltissimi interessi ed è uno dei ministeri ad alta concentrazione di umanità, proprio perché tratta oltre 50.000 persone recluse nei penitenziari. Di questa variegata umanità se ne occupano quotidianamente con sacrificio, con dedizione, con grande professionalità donne e uomini della polizia penitenziaria, dirigenti penitenziari, educatori, assistenti sociali, funzionari contabili, operatori e volontari ai quali non si può rispondere con una frettolosa “sospensione dal servizio”. E’ probabilmente consolatorio per chi queste situazioni non le vive ma non è la soluzione a dei problemi che, come evidenziato, sono complessi. Quella donna si trovava in carcere non certo per colpa degli operatori. Di certo il carcere ha comunque disposto tutti gli interventi possibili,  ma poter pensare di comprendere tutti gli atteggiamenti dell’animo umano è sinceramente impossibile.
L’analisi effettuata in questi anni partiva proprio da un presupposto importante: in carcere i bambini innocenti non ci devono stare e anche le loro madri, per quanto abbiano commesso dei reati devono vivere in un istituto diverso da dove, chiaramente non è possibile evadere ma dove devono essere garantiti il diritto alla maternità consapevole, alla possibilità di crescere i bambini in ambienti che non abbiano le sbarre.
Dispiace che si continui a discettare su questi problemi in maniera purtroppo sempre “di pancia”: lo ha fatto Saviano (seppure conducendo una lucida analisi politica in alcune fasi) lo ha fatto il Ministro della Giustizia Buonafede. Ci ripensino entrambi: il primo analizzando l’articolo 275 del codice di procedura penale e la sua effettiva applicazione e il secondo riammettendo in servizio i dirigenti e il funzionario di polizia penitenziaria che si trovano, quotidianamente a dover gestire uomini e situazioni che, a volte, sono davvero imprevedibili.
Il carcere è un mondo difficile, dove gli avvenimenti possono essere amplificati o nascosti. Il carcere non è una passeggiata. E’ un’istituzione totale e totalizzante. Non servono le regole che sembrano semplici nella comunità esterna. Il carcere è sudore e disperazione, è costruzione difficile di vite strappate alla libertà. Gli operatori subiscono ciò che altri decidono. Non date al casellante la colpa di un’autostrada pericolosa.
Il Ministro Buonafede ha la grande opportunità di scommettere sul carcere, di scommetterci per davvero, di provare laddove il Ministro Orlando si è fermato. Ritorni sulle sue decisioni, ascolti gli operatori penitenziari e, insieme alla magistratura si ripensi seriamente alla gestione di un luogo che non può essere disancorato dalla realtà, di un mondo che ha un suo costo sociale ma sul quale non si può ragionare “togliendo e risparmiando”.
Bisogna invece investire, aprire altri ICAM (ce ne sono solo cinque in Italia, chieda il Ministro quali sono le motivazioni che hanno determinato questo immobilismo) lavorare affinché la sicurezza e il trattamento siano davvero realizzabili in tutti i luoghi dove sono presenti detenute e detenuti, insistere sul restituire la dignità ai detenuti attraverso un lavoro remunerato e reale. Questi sono i punti su cui occorre scommettere: i cosiddetti “eventi critici” (suicidi, autolesionismi, evasioni, omicidi) possono diminuire attraverso investimenti nelle risorse umane: ci sia più attenzione per gli operatori, tutti gli operatori che gravitano nel penitenziario.
Occorre modificare radicalmente il modo di intervenire: la repressione non ha mai pagato, la repressione ha solo impaurito e con la paura non si risolvono le complessità di un carcere.

patamu
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