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Violentare la bellezza (la nuova sardegna, 28/2/2015)

Violentare la bellezza (la nuova sardegna, 28/2/2015)

Editoriale apparso sul quotidiano La Nuova Sardegna, 28/2/2015

 

La barcaccia, a Piazza di Spagna, ci osserva con quel suo muto ondeggiare scolpito negli anni. Sembra quasi non voler capire gli eventi e chi è riuscito, in qualche maniera, adl oltraggiarla e violentarla. Quando l’ho vista, da lontano, immobile e dolcemente assennata, ho subito pensato: non è successo niente. Ha resistito anche ai vandali, è riuscita a navigare dolcemente nel mare della quotidianità. Però avvicinandomi ho notato tante persone intorno, molti fasci di fiori e tantissimi biglietti in molte lingue che le esprimevano solidarietà, nascondendo un vero e proprio disagio. Il pensiero atrocemente più bello capeggiava davanti alle scalinate dell’immensa Trinità dei Monti e si leggeva, in italiano: “hanno violentato la bellezza”; altre frasi erano in francese, inglese e molte in cinese e giapponese. Ecco, Roma è un museo a cielo aperto dove tutti, molte volte, percorrono strade senza neppure soffermarsi su ciò che appare davanti. Che poi, un centinaio di teppisti possano violentare l’immensa bellezza di una città ecco, questo sembra sufficiente a svegliarci dal torpore che solitamente ci costringe la quotidianità. Non è possibile, come giustamente osserva Michele Serra, che la scelta di “moltitudini di maschi dai quindici ai cinquant’anni, in giro per il pianeta è quella di (…) diventare commilitoni e menare le mani a seconda delle circostanze”. No, non è possibile neppure poter pensare che gli stessi commilitoni, gli stessi ragazzi, non possano capire che il vandalismo poco c’entra con le loro ragioni, qualunque esse siano e qualora ce ne fossero. Perché questi spettacoli di bassissima qualità ormai si perpetuano da anni e nessuno, mai, riesce a porvi fine; nessuno riesce a dire: “Adesso basta”. Qualcuno obietta: non è solo il calcio. Però, almeno dalle nostre parti, questa voglia indiscussa di distruggere tutto e tutti è legata per la maggior parte a queste manifestazioni. Sarà che è lo sport nazionale ma davvero diventa difficile comprendere per quale motivo ci si debba accapigliare “a prescindere”. Il libro “A viso coperto” di Riccardo Gazzaniga, racconta molto bene il mondo degli ultras e la cosa che mi ha più colpito, al di la della storia intricata e vera, è che molti di loro non conoscono neppure i nomi dei giocatori della propria squadra. Non gli interessa. Passano le settimane a pensare al furto delle bandiere avversarie o a come dover menare un fendente al nemico di turno. Si vive di simboli. Il calcio, si sa, è un enorme gioco di denari e l’aspetto sportivo pare sia andato ormai in disuso. I tifosi o vincono o distruggono tutto. E’ il mondo del tutto subito, dell’attimo ansimante, la vittoria è come una strisciata di coca che regala poche ma immense emozioni. Nessuno riesce più a comprendere quanto sia difficile costruire un gruppo, quanto sia complicato “fare squadra”, quanto sia bello sentirsi supportati, amati, compresi. Anche quando si perde. Soprattutto quando si perde. Non è più pensabile che affidiamo la nostra bellezza a chi non riesce a comprenderne neppure i contorni, a chi osservando il colle di Recanati pensa esclusivamente ad un bel falò, giusto per divertirsi un attimo. Ritengo ci si debba non solo indignare ma provare a chiedere di fermare lo spettacolo che, con queste regole, non può più continuare. Prendete un altro pallone e prendetelo per mano. Magari, inseguendo quel volo e cercando un anello di ferro e una piccola rete riuscite a vincere per due volte la coppa Italia senza distruggere niente e, soprattutto, vi renderete conto che quel sogno, per quanto effimero, non è legato ad un business ormai malato. Datemi retta, una volta quando non si riusciva ad ottenere qualcosa si diceva: datti all’ippica. Invece, di questi tempi, ci conviene imparate ad amare le bellezze di questo paese e darsi al basket, alla pallacanestro, magari sorridendo per un piccola grande squadra. Come la Dinamo, una piccola grande bellezza. Quasi come la barcaccia.

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