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Nascere Johhny lo zingaro (La Nuova Sardegna, 4 luglio 2017)

Nascere Johhny lo zingaro (La Nuova Sardegna, 4 luglio 2017)

Le vite degli uomini sono segnate dalle proprie scelte ma anche dai luoghi, dalle occasioni, dagli incontri e dai destini che si incrociano. Nascere Johnny lo Zingaro significa rimanere all’altezza di ciò che si è stati e Giuseppe Mastini questo lo ha sempre saputo. Poteva essere uno dei protagonisti di “ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini e il grande poeta l’ha pure sfiorato rischiando di essere coinvolto nella morte violenta insieme a Pino la Rana ma, a quanto pare, con quell’omicidio Johnny non c’entra nulla. Nascere Johnny lo Zingaro comporta una serie di passaggi in prigione, fin da minorenne, con la chiara consapevolezza che quello è solo un pezzo della strada e la sua uscita comporta altri percorsi legati alla commissione di ulteriori reati. Perché il carcere non redime e quello per minori ancor meno. Questo pensano tutti e con questi pensieri la condanna è unanime: Jonny lo zingaro è assolutamente colpevole insieme a chi ha scommesso su di lui: direttore del carcere, educatori, assistenti sociali, poliziotti e Magistrato di sorveglianza.  Tutti coinvolti e tutti colpevoli. In un paese dove le parole buonismo e populismo si contrappongono quotidianamente la notizia della fuga di Johnny lo zingaro fa subito pendere la bilancia verso la condanna, lo sdegno, l’ira funesta di chi è sempre pronto con le parole e i polpastrelli a raccogliere tutto l’odio covato nei giorni e gettarlo nella pubblica piazza virtuale, confezionando soluzioni che, davvero,  farebbero rabbrividire pure Johnny lo zingaro. La storia di Giuseppe Mastini è funestata da scelte sbagliate: un omicidio commesso quando ancora aveva 14 anni, risse in carcere, evasioni, altri omicidi, rapine, amori maledetti e poca disponibilità al cambiamento. Il ragazzo, originario di una famiglia di giostrai, ha sempre amato andare di corsa come il suo grande amore: le automobili, i motori, il rumore, le curve, le sterzate e le controsterzate impattando contro la vita di molti. Johnny ha sempre negato alcuni reati, ha detto che il primo omicidio, quello del manovale dell’Atac, non lo aveva commesso lui. Una vita in fuga, una vita contesa come quando nel 1987 venne catturato dopo una fuga con la sua ragazza Zaira dopo che, fuggito da un permesso premio, uccise in un conflitto a fuoco un poliziotto. La cattura fu ricordata come una diaspora tra carabinieri e poliziotti che se lo contesero per ore e dove Johnny rischiò il linciaggio. Raccogliere questa vita sbagliata fin dalle prime note di un pentagramma difficile da armonizzare non è semplice. Servono pause, incontri, serve soprattutto il coraggio di partire da quegli errori e provare a tirare fuori quella parte di equilibro che nel corso degli anni è andato perduto. Ma non per sempre. Quello è stato il punto di partenza da parte degli operatori penitenziari che hanno avuto in mano la storia di Johnny. Una raccolta di sensazioni forti, un dover passare e ripassare tra le maglie delle opportunità e ricostruire la vita di una persona. Non è facile e non sempre accade. Giuseppe Mastini non è un mafioso, non appartiene a nessuna famiglia della criminalità organizzata. E’ un cane sciolto con un profilo criminologico ben delineato e marcatamente violento, ma ha un vantaggio: può farcela perché non deve rispondere a nessun canone, non deve fare i conti con nessuno, non deve neppure pentirsi di quelle scelte sbagliate, deve combattere solo contro se stesso. E non è facile. Non lo è neppure per chi se lo è trovato davanti, nell’antro di una cella del carcere. Chi ha scommesso su Mastini rappresenta lo Stato e la Costituzione italiana: c’erano sicuramente tutte le opportunità giuridiche perché il detenuto potesse godere del lavoro all’esterno in una struttura dell’Amministrazione penitenziaria. Poi, come molte volte è accaduto con Johnny, qualcosa non ha funzionato, qualcosa lo ha portato a non onorare il patto che aveva regolarmente accettato. Quel qualcosa rappresenta una sconfitta per lo Stato e per il detenuto. Ma uno Stato che esercita giustizia attraverso le opportunità non poteva dimenticare Johnny nel buio di una cella. Adesso, con calma, occorrerà riportarlo dentro un percorso già avviato. Non è semplice stare dalla parte di Caino ma l’articolo 27 della Costituzione ci impone questo passaggio di civiltà. Si può nascere Johnny lo zingaro, ma lo Stato deve costruire una strada perché Johnny diventi Giuseppe Mastini. Non è semplice ma è l’unica strada civile e dignitosa di un paese culturalmente e giuridicamente evoluto come il nostro.

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