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I gol che contano (La Nuova Sardegna, 28 marzo 2016)

I gol che contano (La Nuova Sardegna, 28 marzo 2016)

Non si possono avere sempre in tasca le chiavi di una prigione per risolvere i problemi. Sarebbe semplice ma non risolutorio. I devastatori di Cagliari non sono tifosi. Non possono e non devono esserlo, soprattutto perché non si possono accomunare alle gesta di Gigi Riva, Boninsegna, Zola e Carletto Mazzone, solo per citare alcuni che dentro lo sport sardo ci stanno di diritto.
I duecento ragazzi che hanno deciso di “salire” a Sassari per creare disordini sono solo teppisti con qualche problema e da qui deve partire la nostra analisi. Troppo facile paragonarli ad invasati, talebani del tifo, gente che vede solo la curva dello stadio e la squadra di calcio come immediato futuro. E’ anche questo, ma non solo. Troppo semplice dire che sono ragazzi senza etica, senza senso civico, che distruggere è solo un modo per esistere e farsi notare. E’ anche questo, ma non solo. Ed è facile chiederne la loro condanna per poi fargli passare qualche mese o anno in carcere.
Amare i colori di una squadra, dimostrare la propria appartenenza ad una bandiera e ad un popolo significa, a volte, non riuscire a comprendere le ragioni degli altri: non sempre l’arbitro ha torto, non sempre il governo è perfido e non sempre tutto è contro di noi.
La rabbia, la frustrazione, l’uso dei manganelli, la ricerca dello scontro è probabilmente una forma estrema per poter affermare la propria esistenza, per poter accedere – da una finestra sbagliata – a quella fetta di mondo che ci vede tutti protagonisti. Ma a che serve segnalare questi ragazzi alle varie autorità, a che serve diffidarli da recarsi allo stadio, a che serve questo ennesimo etichettamento che molti di loro vivono come una medaglia ed un onore? Non serve assolutamente a niente. E allora perché non mandarli in carcere e buttare la chiave? Perché anche il carcere non può e non deve essere la soluzione adatta a tutte le situazioni.
Il carcere è la sconfitta di una democrazia avanzata. A questi signori serve invece una lezione di civiltà. Esiste oggi uno strumento giuridico interessante che prova a far rientrare le persone dalla porta giusta. Questo strumento si chiama “messa alla prova” accompagnato da lavori di pubblica utilità.
Chi commette un reato con una pena detentiva prevista nel massimo a quattro anni può chiedere la sospensione del processo e la messa alla prova.
L’articolo 168 bis del codice penale prevede, inoltre, che la concessione è subordinata alla prestazione di pubblica utilità, ovvero un lavoro non retribuito in favore della collettività: assistenza sociale, sanitaria e di volontariato.
I duecento ragazzotti cagliaritani che volevano devastare la città di Sassari nascondendosi dietro la maschera di tifosi (a proposito: ma perché se dovevano vedere la loro squadra i pullman non si sono diretti a Sorso? Che c’entra la fermata in via Padre Zirano?) potrebbero benissimo essere ben utilizzati per lavori di pubblica utilità per ripristinare ciò che hanno distrutto e per provare a costruire, finalmente, qualcosa di bello per la comunità.
Ci sono giardini da rinvigorire, strade da ripulire, scuole da dipingere, malati da trasportare, c’è la possibilità di essere inclusi in un mondo che li contiene e li considera. Troppo semplice sbatterli in prigione e buttare la chiave (dal carcere prima o poi si esce, ricordiamocelo sempre) obbligarli a stare in questura durante la partita della loro squadra.
I ragazzotti hanno il diritto di rendersi utili agli altri. Armiamoli di pennelli, ramazze, pale e picconi utili per ricostruire le città e non per distruggerle.
C’è bisogno dei sindaci. Non bastano le parole e i proclami: chiedano i lavori di pubblica utilità per questi teppisti.
Vincerà la civiltà, lo Stato, Gigi Riva, Boninsegna e Zola.
Questi sono i gol che contano.

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