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Gli angeli del marmo - La Nuova Sardegna 19.4.2016

Gli angeli del marmo – La Nuova Sardegna 19.4.2016

Camminare aggrappati a quella roccia immacolata. Come un racconto antico e assorbito dai ricordi. Un mestiere che nasce dentro quel marmo bianco che sovrasta Carrara, quel marmo conosciuto anche da Michelangelo, quel marmo del David e della Pietà. Unico e irripetibile. Eppure con troppe gocce di sangue. Lavorare in cava è un mestiere complicato, difficile, duro, pericoloso. Estrarre il marmo è scavare ferite in una montagna che non ti permette di essere “sbruffone”. La montagna, dicono i lavoratori, è come il mare: occorre rispettarla. Ha rumori diversi, certo, ma le onde sono simili: quelle del mare si muovono e producono rumore, quelle del monte sono fratture da decifrare. A Carrara il mestiere più pericoloso è quello del tecchiaiolo, ovvero colui che va nella tecchia, la parete rocciosa e bianca che sovrasta il piazzale di lavorazione dove gli altri lavoratori estraggono i blocchi di marmo. I tecchiaioli sono come dei ragni, attaccati con una corda alle pareti della montagna e come ferri del mestiere hanno un paletto e uno scalpello molto più grande di quello normale. Loro, con quei ferri, vanno a sentire se le fratture della roccia sono deboli, se possono resistere o se, invece, rischiano di crollare. Il loro è un lavoro difficile, pericoloso e di grande responsabilità: capire la montagna significa salvare la vita ai colleghi che sono nel piazzale.
I tecchiaioli hanno imparato, con il tempo, a conoscere gli impercettibili scricchiolii della montagna: comprendono se quello strappo è solo un disegno normale o se invece nasconde un possibile crollo che può avvenire in un giorno, una settimana, un mese. Quel crollo ci sarà, ma non si ha mai la certezza del quando. Si vive sospesi su un bianco indefinibile e di incomparabile bellezza. Loro, i tecchiaoli, amano la montagna anche se vivono questa strana contraddizione di dover ferire quell’ammasso forte e apparentemente indistruttibile. Sono uomini forti, degni, sono lavoratori che capiscono il pericolo di quel mestiere. Eppure, a volte, i segnali non bastano, le ferite camminano e il sentore, la simbiosi con il monte può non bastare.
Così è accaduto: un tecchiaolo sospeso nel vuoto, due cavatori dispersi sotto una montagna di marmo. La montagna ha costruito un orrido rumore. Gli angeli del marmo si sono sfaldati. Quel bianco si è macchiato un’altra volta di altre vite, di altri operai che lavoravano in quella cava di estrazione del marmo.
Ci si abitua sempre velocemente a tutto. Le morti bianche, nonostante il loro numero sia sempre considerevolmente alto, non sembra spaventarci. Morire sul lavoro è diventata ormai una notizia da poche righe, relegata nelle pagine interne dei quotidiani nazionali e con una visibilità in prima pagina solo nei luoghi dove la disgrazia accade. C’è l’imprevedibilità e la poca sicurezza nei luoghi di lavoro, c’è l’assoluta volontà di non voler affrontare queste che non sono, purtroppo, delle fatalità, anche se qualcuno ama catalogarle in questo modo. Ci sono le Leggi, ci sono i sistemi di sicurezza ma ancora, nonostante tutto, è difficile riuscire a proteggere l’operaio, la forza lavoro, la dignità di chi, quotidianamente esce dalla propria abitazione per svolgere un lavoro a volte troppo rischioso. Occorre la formazione e la prevenzione e occorre investire in questo campo: cosa che con molta riluttanza i datori di lavoro fanno. Non ci sono i fondi, non c’è la cultura della sicurezza. Quei due angeli del marmo, dicono alcuni sindacalisti, non dovevano stare li. Lo confermano anche i tecchiaioli. Quelli che camminano aggrappati alla roccia immacolata. Con qualche goccia di sangue che rovina la bellezza.

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