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L'etica e le diversità

L’etica e le diversità

Ci sono cose che non si comprendono. Perché troppo difficili o perché ci vuole del tempo. Prendete i logaritmi o la matematica finanziaria e i seni e i coseni e la filosofia presocratica. Oppure il PIL, il prodotto interno lordo o ancora: la borsa, lo spread, il mibtel, il down jones, la malasorte che vi prenda. Insomma, viviamo in un mondo complesso che avrebbe bisogno di scelte alte e misurate alla complessità. Avrebbe bisogno di serietà e sobrietà. Assistiamo da mesi a quello che il signor B ha definito “il teatrino della politica”. Ne parlava, chiaramente, riferito agli altri. Oggi egli né è il protagonista principe, l’artefice migliore, attore, sceneggiatore, regista e produttore. Un guitto che ormai non riesce però a strappare gli applausi. Anche i suoi attori di provincia che tanto avevamo amato, con il dito medio, con la voce incrinata, con la canottiera, con la trota in tasca ecco, neppure loro riescono a strappare applausi. Quando un grande uomo, un grande attore capisce che si trova sul viale del tramonto lascia mestamente la scena. In silenzio. Occorre però essere grandi. I vecchi esquimesi quando si rendono conto di essere un peso per la famiglia, scelgono una via bianca e lontana e si incamminano a cercare le grandi praterie dell’eternità. Occorre però avere coraggio. Quando un generale perde la battaglia getta le stellette sul fango prima di esserne travolto. Occorre però avere il senso dello Stato. Sarà che siamo sfortunati, sarà che abbiamo sempre amato l’operetta, sarà che in ogni caso abbiamo sempre sperato di cavarcela all’ultimo secondo ma, sinceramente non ci meritiamo una classe politica così piccola, misera, inutile, senza spina dorsale, senza la voglia di combattere e senza la forza di avere, almeno per un attimo il senso dello Stato. Il fatto, non secondario è che io, personalmente non lo merito, perché non li ho scelti. Vorrei che la finissero in fretta e quando questa nave sarà affondata, quando il palco sarà vuoto, quando sull’orizzonte sarà calato l’ultimo tramonto chiedessero almeno scusa. Senza troppi giri di parole. Hanno divorato il futuro dei nostri figli, hanno continuato a ballare senza neppure la musica. Scusa. Almeno scusa. E un briciolo di vergogna. La stessa che io nutro, personalmente per tutti i giovani che vedo quotidianamente. Ecco perché, a volte, mi nascondo le parole e deglutisco una saliva amara. Lo so. Loro non lo faranno. Ecco perché siamo diversi. Fortemente diversi. Ciò che ci divide è lo sguardo. Loro lo hanno venduto al miglior offerente e non riescono più a disegnare i contorni. Siamo diversi. Per fortuna. E lo saremo sempre.

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