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Dolce amore di Baia

Dolce amore di Baia

Ho lavorato, nel 1978, a Baia Sardinia in un albergo dove mi occupavo, da bagnino, della spiaggia e della piscina. Avevo diciannove anni e spensieratezza da vendere. Lavoravo tutto il giorno in un contesto ameno e decisamente con più opportunità rispetto ai miei colleghi cuochi, camerieri al ristorante o al piano.

Acquistavo, tutti i giorni Il Manifesto, ogni settimana l’Espresso e anche Panorama (a quei tempi Panorama era un altro settimanale). Avevo, inoltre molti libri sul bancone del piccolo bar, in piscina. Tra questi, scritti corsari di Pier Paolo Pasolini. Era un periodo molto contestatore e tosto. Lavoravo in radio, mi occupavo di inchieste e di contro-informazione. Amavo i poeti maledetti e come Faber, mi innamoravo di tutto. Quel lavoro estivo – da giugno a settembre inoltrato – era utile per potermi pagare la retta all’Università. Questo mi faceva sorridere e inorgoglire. Da buon gramsciano mi piaceva l’idea che, in fondo, la cultura era a carico dei ricchi, erano loro, con i loro vizi, a pagare la mia laurea. Almeno così pensavo dentro le idee confuse di quegli anni. Era l’anno dei mondiali, quelli dell’Argentina e nel mio albergo c’erano Pruzzo e Zoff, reduce da due pappine prese contro l’Olanda e considerato da tutti un portiere sul viale del tramonto. Nel 1982, a quarant’anni , vinse il mondiale, da capitano. Baia Sardinia era un fritto misto. Di giorno i turisti ad abbronzarsi, nel primo pomeriggio e a notte ormai inoltrata, i lavoratori “sardi” a bere birrette nel bar della piazzetta. Giri, peraltro, che costavano abbastanza. Mi innamorai di Fabrizia. Di Milano, figlia di un piccolo imprenditore con una Maserati verde cristallo e una madre stronza al punto giusto. Una sera mi invitarono a casa, per cena. Ero titubante, i padroni, quelli che combattevo, mi accoglievano a casa loro. Il Paolo mi chiamavano. E non mi piaceva. Ma Fabrizia era carina, molto carina per i miei diciannove anni e il colore dell’amore è un arcobaleno variopinto tutto da interpretare. Insomma, ci andai a quella cena. Nonostante fossi comunista e, probabilmente, perché ero comunista. Mi posero molte domande alle quali garbatamente risposi. Ero un comunista molto educato, fin da piccolo non mi piaceva urlare. Loro, i ricchi, usavano invece le parolacce, ridevano sguaiatamente, erano “rozzi”, ma ci tenevano a costruire le distanze tra me e loro. Io, a dire il vero, cercavo di accorciare le distanze tra me e Fabrizia. Il resto mi interessava relativamente. Quando il padre, ad un certo punto, con un bicchiere di bourbon (beveva molto, il padre) con occhi lucidi, piccoli e inclini alla cattiveria disse: “Ma sai, siete fortunati che arriviamo noi. Voi avete il lavoro, fate i soldi, almeno per qualche mese vi divertite. Poi, andiamo via e cala il sipario e ritornate al vostro mortorio di sempre”. Siamo un teatro, pensai in quel momento. Ma non siamo attori che recitano una parte. O forse si. Lo osservai come si guarda uno scoglio in attesa di un’onda che lo sciacqui: con serena contemplazione. “Non siamo fortunati”, dissi ad un tratto. “Noi siamo i figli di questa terra dove è possibile trascorrere le vacanze. Le vostre vacanze. Vede, il rispetto è fondamentale nei rapporti tra le persone. Rispetto le sue vacanze e le sue idee, rispetto il suo atroce sorriso e il suo bourbon, rispetto le parole i contorni delle frasi ma non accetto di essere una comparsa delle sue commedie. Quando cala il sipario, come dice lei, noi restiamo. E’ lei che parte e ritorna ai suoi grigi tramonti.” Mi alzai e salutando, sempre con molta delicatezza , aggiunsi: “Questa terra è la mia terra. Voi siete gli ospiti. Noi siamo gli attori principali e voi le comparse. Sono cresciuto dentro questi monti e questo mare e continuerò a viverci. Studierò affinché tutto questo venga preservato e condiviso con voi. Il suo modo di parlare, il suo linguaggio da azienda prevede un semplice uso delle cose e delle persone. Lei è una persona inespressiva come uno slogan stantìo.”
Me ne andai. Neppure un bacio a Fabrizia. Niente. Tornai nella mia stanza a leggere e attendere. Non ci sarà nel futuro della nostra terra nessuno che verrà, la userà, la stringerà senza amarla e poi la abbandonerà. Questo mi dicevo pensando agli occhi di Fabrizia. Quel mondo era un abbraccio non dato, un sorriso mai condiviso, un amore mai sbocciato. Un mondo lontano. Da rispettare, con circospezione e senso del distacco. Quel giorno ho perso molti baci, ma ho vinto la mia terra.

Dedicato a chi, nei giorni scorsi, ha ben pensato di insultare la terra e gli uomini dove, per due mesi all’anno lavora, grazie alla posizione, alla bellezza che gli altri, prima di lei, hanno preservato. Quando si rispetterà il suolo si comprenderanno gli uomini, le storie e i solchi di vita che quei luoghi hanno rappresentato e rappresentano per tutti. La Sardegna è un’isola, uno scoglio dell’anima. Preservarlo è un dovere, anche per chi questo scoglio non lo merita.

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