Sono arrivati i giornali. Quelli vecchi di una settimana. La Gazzetta, Tuttosport e Il corriere della Sera.
Ho subito cercato qualche articolo sul Cagliari e Gianfranco Zola. Poca cosa. Se non sei in serie A non scrivono niente. O meglio, se non sei in serie A e non ti chiami Juve, Milan, Inter o Roma.
Non ho mai amato le squadre del Nord.
Troppo fredde.
Anche Roma.
Sa di Nord.
Troppi soldi.
Troppi debiti.
Il Cagliari ha vinto solo uno scudetto e il mio professore di italiano diceva che era merito di Rovelli, della Sir. Dei soldi insomma.
Io non ero nato.
Quindi non posso saperlo.
Mio padre dice che è stato bello quando il Cagliari ha vinto lo scudetto, perché almeno per un anno avevamo il tricolore attaccato al petto e avere lo scudetto verde bianco e rosso era importante.
Era essere italiani di serie A.
Io il Cagliari con il tricolore non l'ho mai visto e Gigi Riva è solo un mito in bianco e nero.
Bravo deve essere stato bravo e da Cagliari non si è mai mosso. Lui che è di Leggiuno, di Milano insomma, è diventato sardo.
Come Zola.
Ma Gianfranco è diverso.
Ne hanno parlato tutti i giornali che rientrava.
Non da emigrante, come tutti i sardi, ma per una scommessa.
Ha detto così, una scommessa.
Come dice il maresciallo di questa missione: una scommessa. Da vincere.
Anche Zola vuole vincere.
Ha detto che vuole riportare il Cagliari in serie A, che è poi portare la Sardegna nei salotti buoni.
Qualcuno dice che questa è solo retorica e Zola è solo uno che ha fatto i soldi.
Non è vero dico io.
Si vede che gioca perché gli piace e non solo per i soldi.
Da dove si vede, dicono tanti, dal conto in banca?
Da come tocca il pallone.
Con gli occhi di un bambino. Zola gioca per divertirsi, per giocare, mica si deve fare tutto per i soldi.
Marco, uno di Mestre, quella città che ha molto traffico vicino a Venezia, dice che sono importanti.
Certo che lo sono.
Lui con i soldi di questa missione ci paga mezzo mutuo.
Io devo ancora decidere di acquistarla la casa e magari mi aiuta.
Ma non sono qui per i soldi.
Sono come Zola, devo portare l'Iraq nel salotto buono: quello della democrazia.









