racconto apparso sul quadrimestrale Derive e approdi
Sono nato in un piccolo paese di un'isola antica. Un paese con occhi che scrutano, che sanno solidificare i ricordi, che sanno guardare anche nei piccoli anfratti della memoria, che srotolano musiche lontane, che si socchiudono quando c'è troppa luce e si dilatano per inseguire le ombre. Sono occhi antichi senza colori. Nel nostro paese non ci sono parole. Solo immagini. Eloquenti, nitide, compatte, resistenti all'oblio, ferme dentro una terra aspra che ha disegni primordiali, che si accartoccia e si stringe nelle ombre che appaiono e scompaiono, senza creare nessun rumore.
Ho vissuto la mia infanzia negli sguardi. Duri quelli di mio padre. Una barba densa, nera, cattiva che si fondeva con il viso, quasi sempre in ombra. Non parlava mai mio padre. Al massimo aggiungeva piccole frasi, poche parole, sempre quelle, sempre nella vecchia lingua che poi avrei dovuto abbandonare: Itte cazzu cheres – mudu tue chi ses pizzinnu – nun sun cosas de homines custas. Sempre zitto, nel mio piccolo sgabello, aspettando l'attimo per diventare grande, un attimo che non aveva tempo e che non era scandito dagli anni, piuttosto dagli eventi. Ecco, signor Presidente, io sono cresciuto grazie agli eventi che questo paese produceva. Non era un fatto di famiglia. Tutti avevano una famiglia, tutti avevano un padre che produceva solo grugniti, che davanti a tutto quello che succedeva in casa urlava che non era “cosa da uomini”; tutti avevano una madre che ascoltava in silenzio quel suo marito forte e solo, una madre che si spogliava in silenzio e al buio e in silenzio aspettava che quell'uomo sporco la usasse solo per un attimo e in silenzio gemeva e in silenzio si rivestiva e nel silenzio sentiva il russare gonfio di un uomo che dormiva con lei solo una volta la settimana e in silenzio aspettava qualche carezza che non arrivava mai.
Le madri ricambiavano. Ributtavano quei silenzi, quei gemiti non riusciti, quelle carezze non ottenute, sui figli. Se con nostro padre non si parlava perché eravamo ancora piccoli e non potevamo avere nessuna possibilità di dialogo con “gli uomini”, le nostre madri, con i lunghi silenzi ci accarezzavano, ci modellavano e dentro gli occhi scrutavamo una fetta d'amore che però non arrivava.
Ecco, signor Presidente, non è una giustificazione, è, semmai una semplice constatazione: io sono stato allevato alla durezza e al silenzio come tutti i ragazzi del mio paese. Ci hanno rubato le parole. Le parole per sorridere, per dire qualcosa, per gridare. Non era concesso. Non era assolutamente concesso. Avevamo la lingua recisa. Fin dall'infanzia.
Questo, chiaramente sono in grado di capirlo solo oggi, che ho tentato un viaggio a ritroso dentro la mia anima. Un viaggio che è stato anche una partenza ma non sarà mai un arrivo, perché nessun viaggio può essere definitivo.
Io ho sequestrato una donna. Non ho giustificazioni. Non posso averne. Non le ho mai cercate. Non le avrei comunque trovate.
Ma sono stato anch'io sequestrato e ucciso tantissime volte. Non me ne lamento. Capisco che tutto questo fa parte delle regole: le regole sancite da delle leggi che un popolo si è dato. Infatti, signor Presidente, questa lettera è rivolta a Lei perché Ella è il garante della costituzione che il popolo italiano si è dato.
Non chiedo pietà. Non sono mai stato abituato a chiederlo. Né comprensione. Cosa voglio allora? Ho bisogno forse di essere capito? Neppure questo cerco. Forse è più bello essere compresi, ma so che questo è tremendamente difficile.
E allora? Allora perché ho deciso di denudarmi davanti a Lei? Forse ho solo deciso di rispondere ad una mia personale esigenza e dunque mi occorreva uno specchio: quello specchio poteva essere solo Lei.
Partiamo dall'inizio. Dal mio paese dunque. Da quel paese intriso di occhi che vedono, vedono bene mi creda, ma è un paese che respira di morte. La morte mi ha sempre accompagnato fin da bambino. Fin da quando mia nonna per farmi addormentare mi raccontava di streghe con occhi perfidi che vivevano dentro piccole grotte: sas domus de janas, che andavano a caccia dei bambini che si rifiutavano di dormire e li inseguivano facendoli cadere e gli cavavano gli occhi e rimaneva la faccia con i buchi e si mangiavano le orecchie e il naso e non usciva sangue ma tutto diventava come uno scheletro, identico a quello di un maiale scarnificato. Questa visione orribile mi accompagnava sempre, prima di dormire, ma ero ugualmente attratto da questi racconti magici perché se poi, il bambino si addormentava subito, ecco che la piccola strega ritornava sul suo letto e, piano piano gli riattaccava il naso e le orecchie e gli occhi e tutto insomma. Il bambino finiva di essere una testa disossata di maiale e riprendeva le sue piccole e dolci forme. Quando ci penso adesso ci sorrido. Anche nelle favole le streghe non rubavano la lingua. Mai. Sapevano che dalle nostre parti non servivano le parole.
Anche dopo pranzo. Anche nei pomeriggi dolci e gonfi di sole che faceva ballare tutto e assordava di giallo cotto i nostri pomeriggi, anche dopo pranzo mia nonna interveniva con sa mama e su sole che rincorreva tutti i bambini che giocavano in quell'ora dove nessuno doveva uscire e tutti dovevano vivere nell'ombra della casa. Non c'era mai scampo per noi bambini, costretti a chiudere gli occhi quasi sempre, perché sos pizzinnos dovevano vivere in un mondo che non esisteva, artificiale, artificioso, aspettando la fine della nostra infanzia che non aveva date né giorni né ora ma si materializzava in un attimo, senza che nessuno di noi potesse scegliere.
Al processo non raccontato tutte queste cose. Non interessavano ai giudici. Neppure agli avvocati. Non interessavano a nessuno. Tutti erano intenti a discutere, parlare, rintuzzarsi a vicenda, tanto che sembrava di assistere ad un processo che non era il mio. Non credevo, almeno che fosse il mio. Imparai in quell'occasione molte parole come movente, perizia balistica, …etc, ma non riuscivo, almeno allora, a decifrarle. Anche nel processo, non parlai, anche dentro l'aula sacrale del tribunale, venni trattato come un bambino: mudu tue chi ses pizzinnu. Capii in seguito che tutti i processi hanno la stessa trama: all'imputato non è concesso quasi mai di parlare e se qualcosa proprio la deve dire, chiede la parola e deve aspettare. Un po' come i bambini. Un processo è un gioco di genitori che processano i bambini alla ricerca di una loro verità che credo, venga chiamata verità processuale, ma non è mai la verità.
Sono colpevole. L'ho detto e lo ripeto. Non per questo non posso però spiegare. Non l'ho fatto perché non me lo hanno permesso. Non era il caso. Avrei aggravato la mia posizione processuale. La mia posizione processuale signor Presidente, non la mia vera posizione di uomo. La mia posizione processuale era grave, gravissima, tanto che mi meritai trent'anni di galera. Senza urlare.
Mia nonna mi raccontava per Natale una storia, una storia stranissima che non era poi terribile, ma allora, a sei anni era qualcosa che incuteva paura e io, come tutti i bambini ascoltavo. Avevo decisamente paura. Molta paura. Ma era una favola, tutto sommato eccitante.
Era la storia profana di un racconto sacro: un uomo bussava alla porta di notte, ma nessuno gli apriva. Anche un secondo uomo arrivava e un terzo e un quarto e un quinto sino ad arrivare a undici. Undici uomini bussavano alla porta di casa e nessuno gli apriva, mentre fuori c'era la neve, il vento il freddo, i lupi che ringhiavano, le streghe che correvano sui tetti e “sa malasorte” che aleggiava. Io ascoltavo, non riuscendo a capire cosa diavolo fosse questa malasorte ma l'immaginavo come una donna nuda su cavallo bianco. Nuda ma vecchia, con il seno cadente, su un cavallo bianco bellissimo. Con in mano una spada.
Nessuno apriva dunque a quelle persone che ripetutamente bussavano. Tutti avevano paura. Mia nonna indugiava, mentre il fuoco ormai stanco, lentamente si spegneva. Io aspettavo. Che la malasorte li salvasse o li uccidesse, che si aprisse la porta e ingoiasse chi a casa non aveva aperto.
Poi, mia nonna, con calma continuava la storia che si spostava velocemente al mattino, si illuminava di luce bianca, bianca come la neve, bianca da ingoiare il cavallo candido della malasorte, da allontanare i lupi e le streghe. Allora si apriva la porta e si trovavano davanti ad essa undici sassi in semicerchio. Gli undici apostoli diceva allora mia nonna. Non avevano aperto agli apostoli di Gesù. Avevano avuto paura e loro avevano lasciato il segno. Non bisognava mai toccare quei sassi o saltarli o guardarli intensamente. Bastava, nella notte successiva tenere la porta aperta e i sassi sarebbero spariti.
Io la notte contavo i rumori, li sentivo, li sentivo dentro ed immaginavo gli apostoli che bussavano e, non ottenendo risposta lasciavano il sasso. Ma, la mattina non c'era mai nessuna pietra davanti alla porta ad aspettarmi. La malasorte, la malasorte li aveva spostati o portati via, li aveva mangiati e, in qualche modo non si sarebbe più allontanata dalla mia casa.
Dentro la nostra casa non sarebbe mai potuto entrare Gesù.
Infatti non vi entrò. Passò oltre.
Il processo.
Il processo è una metafora complicata della vita. Uno non si prepara al processo. Diciamo che non ci pensa. Neppure quando commette un reato si pensa ai giudici. Al massimo agli sbirri, al carcere ma non al processo. Eppure arriva, è la fase più importante della esistenza di un detenuto: è quello che separa i rumori dai silenzi, le cose dette e le cose masticate, le cose da dire e quelle da nascondere, la verità e la finzione, la verità degli avvocati e quella dei giudici. La verità processuale e la verità dei fatti. La verità che si avvicina, sfiora, aleggia dentro l'aula del tribunale ma non appare. Qualcosa che corre sulle nostre teste, che ci lambisce sino a sfiorarci ma non ci tocca. Una sorta di malasorte con il suo cavallo bianco che galleggia e scruta, ma decide di non abbandonarci.
Io dunque sono stato processato per sequestro di persona a scopo di estorsione. Inconfutabile. Sono stato condannato per questo. Per aver sequestrato, una donna, unitamente -questo dice la sentenza, “unitamente” - ad altri miei otto coimputati, due dei quali hanno raccontato ai giudici la verità. La loro verità. Che non necessariamente è la mia né, tantomeno la verità. Quando ero piccolo, oltre ai racconti di mia nonna, amavo giocare nei pomeriggi assolati e dolci della nostra isola, con alcuni amici. Io, Toti e Marieddu eravamo praticamente inseparabili. Sin dalla prima infanzia. Ci piaceva sgattaiolare nelle vie ripide e solitarie del nostro paese a cercare lucertole e tentare di prenderle per la coda quando parevano addormentate sulle pareti. Marieddu ci riusciva quasi sempre. Toti invece tirava fuori il coltellino per reciderle la coda: era eccitante vedere la lucertola che fuggiva mentre la coda continuava a muoversi. Tanto poi ricresceva. Così' diceva Marieddu. Quando abbandonavamo la caccia tornavamo ognuno nella propria casa aspettando il giorno seguente per riprendere l'assurdo gioco. Allora, ognuno di noi aveva un ricordo diametralmente opposto rispetto alla serata trascorsa: si confondevano le vie, si riteneva che la lucertola fosse dietro un vaso, o sopra un marmo o nascosta nel cortile di Tia Tittina. Tutti avevamo la nostra verità e l'unica cosa che ci accomunava era, infine il coltellino con il quale Toti procedeva a tagliare la coda della lucertola.
La verità.
L'ho inseguita per anni signor Presidente e sinceramente mi sono stancato.
Io sono stato condannato per un sequestro. Di persona.
Un sequestro. Un sequestro di una donna.
Manuela.
Manuela Della Guardia.
Per me fino al rapimento una foto su alcuni giornali patinati. Quelli della bella vita, quelli lontani dal mio paese, dalle mie streghe, dalla malasorte che mi accompagna e che ci avvolge, dalle lucertole, dal cavallo bianco.
Una donna.
Non era nei piani. Non era nei miei piani almeno.
Il sequestro del padre era preventivato da parecchi mesi ormai. Avevamo fotografato le sue abitudini: a che ora usciva, a che ora rientrava, con chi usciva, cosa portava, dove andava.
Era un metodico. Ricco metodico. Ricco metodico stupido. Ricco metodico stupido e bastardo. Troppi soldi da far sembrare naturale il sequestro. Era nel gioco delle cose. Il mio professore delle scuole medie amava regalare sempre forti sensazioni quando parlava della Sardegna: “il sardo è un anarchico. Non per fede o per passione, ma perché è nel gioco naturale delle cose”.
Una donna.
Sequestrare una donna è probabilmente un'offesa. In quanto donna, ma non in quanto ricca. Noi prendiamo la roba e peggio per chi non sa difendere le proprie cose. Così racconta Antonio. E' un concetto difficile da comprendere, ma è un buon concetto. Dobbiamo pensare ai soldi, alla “roba” insomma e non alle persone. Dietro ogni gregge c'è un pastore, ma se rubiamo un gregge non offendiamo il pastore: il pastore saprà rubarne un altro. I ricchi sono così, hanno rubato e ruberanno greggi; la nostra parte è una misera parte per loro. E' sempre stato così. Loro vengono dal mare a costruire ville spropositate, con le loro donne beatamente abbronzate, truccate, filiformi, forse puttane; hanno le loro barche, loro ridono e non si disperano. Loro non hanno occhi per guardare dentro le narici della nostra terra. Loro non hanno rumori né suoni antichi. Loro sanno solo prendere e dunque anche noi prendiamo, anche noi, in qualche modo raccogliamo qualche briciola. Non ci sono modi diversi. Il sequestro, sotto questo aspetto è un urlo di disperazione contro il troppo. Tentiamo di pareggiare i conti in qualche modo.
Discorsi che riecheggiano dentro la mia cella in questa buia notte senza colori e che hanno visioni soffuse, senza incanti.
Una donna.
Donna ricca però.
Ma sempre donna.
Dovevamo pensare bene al sequestro. Ero un metodico. Lo sono sempre stato. E' importante. Ripetevo sempre la scena, la ripetevo per mille volte: irruzione, leghiamo e imbavagliamo, prendiamo la ragazza, veloci molto veloci – deve accadere nel rumore degli attimi - correre sulle scale (molte troppe? Abbastanza forse). Camminare vicino alla piscina con attenzione. Si poteva cadere, la ragazza si poteva buttare, una possibilità da considerare. Potevamo metterla in un sacco o potevamo usare una benda. Ecco, una benda era l'ideale. Non sapeva dove metteva i piedi e non avrebbe visto la piscina. Ma la casa la conosceva bene e quindi sapeva dove si trovava la piscina. Potevamo prenderla in braccio, trasportarla di peso. Legata, imbavagliata e bendata. D'altronde non avrebbe pesato più di un montone. Ma si sarebbe agitata. Avrebbe tentato di fuggire. La paura raddrizza la vita ,diceva sempre mio zio. Attenzione alle paure degli altri e soprattutto della ragazza ricca. Dovevamo pensarci meglio.
Ecco, signor Presidente. Tutto questo è assurdo. Inconcepibile. Disumano. Un sequestro di persona ha poco di umano. Tante cose sono però disumane. Lo so, non vuole essere una giustificazione. Ci sono poche giustificazioni a questa storia che si riallaccia a tante altre. Dovevo pagare. Dovevamo pagare. L'ho fatto. Lo meritavo. Pensavo che, tutto sommato il prezzo fosse in qualche maniera equa: non si sequestra una donna con la convinzione di non dover pagare. Si paga comunque. Con il rimorso se tutto va bene. Con la galera se ci prendono.
Le cose che non si considerano, almeno in questi frangenti sono legate agli affetti. Perché anche noi abbiamo affetti e madri e figli e donne da ricordare.
Mia madre, per esempio. Non ci credeva quando vennero ad arrestarmi. Non poteva concepire questo affronto. Nel suo modo di pensare, ragionare, prevedere, aveva messo nel conto tutto: il furto di bestiame, l'uccisione di un uomo, la rapina ad un ufficio postale. Di tutto questo se ne sarebbe fatta una ragione: era nell'ordine naturale delle cose. Perché quelli erano reati ma erano “cose da uomini”. Anche un sequestro, anche un sequestro era, in qualche maniera assimilabile da mia madre. Un sequestro di un uomo però. Non si toccano gli innocenti. Mia madre ragionava con i vecchi binari dei codici millenari, non scritti da nessuna parte, ma sempre buoni: “S'innozente nun bi depperd piangher mai”. Così pensava mia madre e così pensavano i vecchi del paese. Non si rendevano conto che le nostre lingue tagliate avevano preso nuove strade. D'altronde chi può considerarsi innocente, signor Presidente? Io so cosa significhi un sequestro. Lo so perché l'ho vissuto in entrambe le situazioni: da sequestratore e da sequestrato.
Non è una bella cosa, signor Presidente. Non lo è in nessuna situazione: da sequestratore la vivi come una ferita dell'anima, perché anche noi abbiamo un'anima: tagliata forse, ma ce l'abbiamo. Da sequestrato non la vivi, la subisci. Io, per esempio, la subisco da dieci anni. Non è una bella cosa, mi creda. Lei, con la sua coscienza giuridica penserà che è il giusto prezzo da pagare per il reato commesso. Non lo pensa solo Lei. Lo pensa anche il popolo italiano e, paradossalmente lo penso anche io. Ma non posso essere d'accordo sui contorni inutili e cattivi che la pena costituisce.
Non sono dieci anni di sequestro o di espiazione. Sono dieci anni di soprusi, di piccole e apparenti insignificanti angherie cui sono costretto a subire.
Mi meritavo una pena e il giudice, calcolando tutto ha deciso per i trent'anni. Di galera, di carcere, di mancanza di libertà. Che non è poco signor Presidente ma, come Lei, anch'io dico che è il giusto.
Dentro gli istituti che ho visitato ho subito sempre, fin dall'inizio un trattamento speciale. Un trattamento che nella sentenza non era stato scritto.
Eppure non mi lamento.
Essere detenuto è una sorta di pena accessoria che cancella l'uomo.
Chiedo però di poter alleviare la mia pena.
Ecco lo chiedo a Lei, il garante della nostra Costituzione.
Ho letto con una certa attenzione l'articolo 27 della Costituzione. Recita testualmente: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” . Ecco, signor Presidente, tra i tanti diritti che la nostra Costituzione sancisce manca quello sacrosanto di non essere rieducato. Ecco, il trattamento deve tendere alla rieducazione ma, converrà con me che non necessariamente questa rieducazione è obbligatoria. Dobbiamo tendere alla rieducazione, ma non dobbiamo necessariamente obbligare nessuno. Ho il diritto di non pentirmi e ho il diritto di rimanere cattivo.
Non voglio più sentire l'educatore, l'assistente sociale, il direttore, il comandante, lo psicologo, tutti questi strani personaggi che tentano, provano, credono, a loro modo di essere partecipi alla missione di rieducazione senza mai doversi chiedere: rieducare a chi e a che cosa?
Ecco, questo è il senso della mia lettera signor Presidente: si faccia garante di questo diritto. Io commetto un reato, vengo arrestato, vengo condannato. Fa parte delle regole del gioco. Non voglio assolutamente pene accessorie e mi creda, questi signori che mi ronzano attorno sono davvero un grosso problema per me.
Signor Presidente, ho la mia storia e la mia dignità da difendere. Non la baratto con niente e con nessuno. Può per favore intervenire per concludere questo assedio?
Io ho sequestrato una donna. Donna ricca. L'ho sequestrata per sessanta giorni. Mi hanno condannato e mi terranno sequestrato per trenta anni. Ho il sacrosanto diritto a restare cattivo. Lei è l'unico che può difendere questo diritto.
Con infinita stima, un detenuto "cattivo".