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Asinara: la costruzione di un museo

Asinara: la costruzione di un museo - il sito di Giampaolo Cassitta
Ho coltivato da sempre l’amore per le raccolte. Da piccolo erano le figurine Panini, poi Tex Willer, Zagor e il mitico Chico Gaetano Lopez y Martinez y Gonzales, Mister No, Ken Parker, i 45 giri, i mitici LP, la raccolta completa di De Gregori, De Andrè, PFM, Pink Floyd, quasi tutti i Deep Purple (che quando li vedo adesso, rieditati in cd da Repubblica mi commuovo ancora….). Raccogliere è dimostrare di esistere, abbracciare i propri  totem,  debellare i fantomatici tabù, è il succhiotto che avevi da bambino, il dito in bocca,  il poter guardare quelle vecchie foto e sorridere o piangere o urlare. Ascoltare quel disco che girava dentro il mangianastri arancione (colore decisamente orrendo) è come raccogliere gli anni dell’adolescenza e farli ripartire. Come costruire piccoli abbracci e tessere le linee della memoria. Perché raccogliere significa aver seminato, aver arato ed atteso. Ecco. Le attese. Le ricordo ancora. L’ultimo di De Andrè – ma quando esce? - il portiere del Milan William Vecchi 500 figurine e io aspettavo. Il Tex numero duecento – a colori, dio, a colori - un bacio che non arrivava  e che costruiva dolcissime attese.
Quando sono andato a Recanati, al cospetto della casa e della biblioteca di Giacomo Leopardi mi sono commosso. Si annidava, in quel luogo,   la voglia forte della conoscenza e l’amore per le cose. E ho sentito l’infinito.  Come nei musei che ho visitato in giro per il mondo. Ho inseguito i colori di Mirò da Roma a Barcellona e Parigi e Budapest, Picasso e la Guernica di Madrid e il Louvre e il museo egizio di Torino e del Cairo e gli sconosciuti e commoventi colori dell’isola di Bali e i mosaici di Città del Messico. Ho atteso per ore che aprissero le mostre di Matisse e ho visto l’ultima chiesa da lui dipinta. Ho girato decine di  biblioteche e dopo aver letto il pendolo di Foucault son finito al Museo des artes e des mestieres e mi son ritrovato dentro il libro, quasi a nascondermi e vivere in quel complotto.
Se non ci fosse chi ha raccolto, chi ha seminato e chi ha arato la cultura, oggi vivremmo in un mondo in bianco e nero. Ecco il punto. Il parco nazionale dell’Asinara ha deciso – e non so perché – di cancellare la memoria del carcere, di distruggere ciò che era stato arato e non intende promuovere nessun museo, nessuna raccolta di ricordi. E dire che ci siamo proposti  in mille modi, con giunte di destra, di sinistra, di centro, con assessori e presidenti e direttori. Nulla. Le raccolte non sono amate da quelle parti. Non c’erano, tra essi giocatori di figurine, amanti di tex Willer o innamorati  dei lucertoloni di Gaudì?
Gaudì, che è la commozione più assoluta. Che sapeva che la sua Sagrada Familia non l’avrebbe mai conclusa. Anzi, ne era certo. E decise, proprio per l’impossibilità di finirla,  di creare un museo: il museo della costruzione di una cattedrale. Andatelo a vedere, vi prego. Capirete, in un attimo, il potere della memoria e la forza degli uomini.
Ho molti ricordi nell’isola dell’Asinara. Che mi tengo stretti. Ho anche foto, racconti che non ho scritto, documenti che potrebbero costituire un pezzo del museo.  E conosco altre persone che potrebbero essere d’aiuto. Il museo criminologico di Roma, per esempio, sarebbe ben disposto ad aiutare il Parco Nazionale dell’Asinara a ripristinare un piccolo angolo di storia dentro un’isola visitata essenzialmente da persone curiose che vogliono sapere, che vogliono conoscere non dove si annida la centaurea horrida (pianta decisamente e sicuramente importante) ma vogliono soprattutto sapere di Riina, di Cutolo, di Boe, dei brigatisti, della rivolta di Fornelli, dei cattivi e dei buoni, dell’asino Bobò e dove è sepolta Marta. La cosa curiosa e che il parco ha deciso anche di recidere la memoria in maniera netta e risoluta. Non ci volevo credere eppure ho avuto la conferma: sull’isola si può  vendere solo ciondolame vario (portachiavi con asinelli bianchi….), cartoline, libri su percorsi naturalistici (la centaurea horrida immagino) e sui tramonti mozzafiato. I miei libri non si possono vendere. Qualcuno osa suggerire che non si possono neppure menzionare. Mah. Tutto questo mi mette tristezza. Enorme. I miei libri, paradossalmente, si vendono – e bene -  nella libreria di Stintino, posto che in questo paese l’embargo culturale esiste solo in certi luoghi e a distanza di dieci anni si continuano a vendere. Ma non è questo il punto: avevo dato la mia disponibilità a costruire il museo, a portarci la storia e l’anima, a riempirlo di passione. Cose che nella visione in bianco e nero di chi gestisce il parco, a quanto pare non sembra interessare. Confido nel  Presidente.  E attendo una chiamata da qualcuno. E insieme a me molte persone che mi chiedono, per esempio,  dei percorsi della memoria sulle strade dei miei  racconti. Che non posso fare.
Il museo ha occhi per tutti e racconta un pezzo di storia. Sono passati tredici  anni e la storia comincia a scolorirsi. Non riusciamo neppure a difendere le nostre cose e non sappiamo neppure presentarle agli altri. Chi non riesce a raccontare il passato non può costruire nessun futuro.
Chiedo a tutti voi: che ne pensate?
Giampaolo Cassitta
 
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