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ritorno all'asinara 18 giugno 2009

ritorno all'asinara 18 giugno 2009 - il sito di Giampaolo Cassitta
Non si ritorna sui luoghi che sono stati oggetto della tua densa storia. Ma ho deciso che potevo fare un’eccezione.
Non si ritorna sui luoghi che sono stati oggetto della tua densa storia. Ma ho deciso che potevo fare un’eccezione. Sono ritornato, dunque, all’Asinara. La mia Asinara. L’ho fatto perché due carissimi amici me lo hanno chiesto in maniera decisa,  unica, convincente e, dopo aver riflettuto, ripensato, rimescolato, rivisto attimi e pensieri e ricordi ho deciso: parto. Ritorno nel ventre della memoria. Ritorno a riveder le stelle, a risentire quei rumori che non trovo dal 28 febbraio 1998, giorno in cui sono andato via. L’ultimo giorno utile, a dire il vero. Il carcere chiudeva. Ritorno quindi con la segreta speranza che tutto si sia fermato e con un’ inquieta convinzione che non sarà così. Infatti quella terra ha visto in questi dieci anni di “parco” respiri diversi che hanno tentato di rimuovere le storie che erano figlie del carcere. Dicono che è la natura il personaggio principale del nuovo film, il carcere è solo un contorno, è solo una marea di suppellettili in disuso. E vedo i turisti che a frotte entrano a Fornelli, si dirigono verso la seconda sezione, quella della rivolta delle brigate rosse, senza che nessuno spieghi assolutamente niente. Occhi che non comprendono, occhi secchi, senza nessun colore, senza nessuna possibilità di capire. Perché una visita in questo modo è solo una passeggiata stupida e minimalista. E’ come voler calpestare la storia, solo per l’atroce gusto di farlo.  Un po’ come entrare nel Colosseo e guardare i gatti e pensare, soprattutto, che sono loro l’attrazione di quell’arena che ha visto altre e mirabolanti storie. Il nostro pressapochismo, il nostro voler mettere una bandierina da “turista”, poter dire di “esserci stato” ma, in realtà,  non aver capito assolutamente niente. Ho spiegato ai miei amici l’importanza dei rumori e la loro differenza. Mi sono avvicinato ad un portone blindato di una cella. Il blindo, in gergo.  L’ho appoggiato e con vigore ho sbattuto lo spioncino. Questo è il rumore di fornelli, ho spiegato. Poi, quando ci siamo recati  a visitare la diramazione Centrale ho ripetuto lo stesso gesto, ma il rumore era sordo, più dolce, più rotondo. La porta era in legno e non in ferro, il corridoio delle “cellette” della centrale è basso e non altissimo – circa quattro metri – come quello di Fornelli. Ecco il rumore della centrale, ho detto. L’Asinara ha silenzi che si devono decifrare e rumori che si intersecano nelle pieghe degli occhi di chi osserva. Ma qualcuno deve poterle raccontare le storie. Invece il parco ha effettuato altre scelte. Dicono “naturali” . E’ un po’ come dire che a nel campo di concentramento di Dachau non si debba parlare dell’olocausto. Io ci sono stato a Dachau e ho visto occhi freddi e lucidi che accompagnavano i nostri sguardi. Ho sentito il silenzio forte di chi è stato in quel campo. Ne ho sentito le voci, lo scricchiolio delle ossa, l’odore acre del gas, le urla soffocate. Questo ho sentito in quel “non luogo”. I tedeschi potevano (e forse per vergogna avevano quasi il diritto di farlo) distruggere quel campo stranissimo, gonfio di una nebbia sospesa e farci una risaia. Non lo hanno fatto. Hanno restaurato con cura le atrocità di quei ricordi, hanno arricchito quel luogo con foto, video. Hanno, normalmente, deciso di “ricordare”. Il parco nazionale dell’Asinara ha deciso in maniera ferma e risoluta, insindacabilmente  di distruggere la memoria del carcere, un carcere che era sull’isola dalla fine del 1800 e che ha contribuito in maniera fortissima a costruire “quell’isola”. Se fate una passeggiata nei luoghi di ritrovo (ostelli, bar, ristoranti, punti di incontro)  troverete tante pubblicazioni sulla natura e libri fotografici bellissimi, portachiavi a forma di asinello e cartoline dei luoghi più belli. Una sensazione per chi, come me, l’Asinara l’ha vissuta da dentro, come operatore del carcere, di trovarmi in un luogo di plastica, una sorta di resort dove tutto è costruito. Una Dubai dentro un’isola che meritava altro. Ho avuto la possibilità di entrare dentro la diramazione di trabuccato. Il cuore ha lentamente cominciato a rimpiccolirsi, a non battere, ho cominciato a guardare quella distruzione come una realtà assurda, mi sentivo dentro un acquario, in apnea, ho provato a girarmi intorno a rivedere i luoghi e c’erano le voci, i silenzi, c’erano gli agenti, i detenuti, le lenzuola tese, il campo di calcio interno. Niente, delle mie voci che giravano dentro il cuore ferito non c’era più niente. Solo erba e ruggine. Un po’ effetto foresta, la natura che si riprende le cose e le anime della gente che da quelle parti c’è stata. Hanno abbandonato gli umori e le passioni e le voci e gli sguardi e le urla e le disperazioni e i sorrisi. Hanno deciso di recidere i volti, di squartare le parole, di rimpicciolire le vite di chi un pezzo di strada dentro quella diramazione l’aveva fatta. Son ritornato a Punta Sabina ed è stato l’unico momento di riconciliazione con gli “uomini del parco”. Quella,  almeno quella, non sono riusciti a modificarla. Ho lasciato la mia Asinara con il cuore sgonfio e gli occhi rivolti verso il basso. Non è la polvere vera che mi fa paura, ma quella artificiale che hanno gettato sulla memoria. Non ci sono espressioni o modi o sensazioni che si possono raccontare. Ho visto le stelle molto più grandi la notte a Cala d’Oliva. Ho visto le stelle gonfie di occhi che osservavano. Muto l’universo, muto il mio sguardo, muto l’orizzonte di un’isola a cui hanno deciso di cancellarne le voci e i rumorosi silenzi. Hanno ferito la memoria. E non è una bella cosa. Lasciandola, la mia Asinara, l’ho osservata con lo sguardo che si regala ad un amore che parte. Ma un viaggio – e neppure questo – può essere definitivo.

Asinara, 18 giugno 2009, interno notte

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