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Carceri sarde, scintille di nuova vita 7 milioni per il lavoro e il reinseriment

Carceri sarde, scintille di nuova vita 7 milioni per il lavoro e il reinseriment - il sito di Giampaolo Cassitta

Carceri sarde, scintille di nuova vita 7 milioni per il lavoro e il reinserimento

  SASSARI. «Le pietre, da sole, rimangono pietre: se usate insieme, possono diventare una cattedrale». È una frase che negli uffici dell’amministrazione penitenziaria sarda ricordano spesso. Soprattutto ora che - con sette milioni già stanziati e immediatamente spendibili - nell’isola decolla un piano avveniristico, quasi unico nel panorama nazionale. Si punta a incoraggiare il lavoro nelle case di reclusione e nelle colonie penali. A favorire la formazione professionale per il reinserimento dei detenuti. A stabilire contatti all’esterno per aiutare le vittime delle violenze. Ma c’è di più.  Nelle carceri si vogliono riallacciare relazioni con università e scuole per migliorare il livello d’istruzione dei condannati. Ospitare in centri a sé le recluse con figli di età inferiore ai 3 anni. Impiegare i semiliberi (e non solo) per valorizzare le aree archeologiche completando importanti scavi. Rilanciare il telelavoro e il cammino verso l’inclusione sociale.   Finanziamenti. I fondi, per gli oltre 2.300 ospiti delle case reclusione sarde, sono stati resi disponibili dalla Cassa ammende dell’amministrazione carceraria e dall’Unione europea. Vengono distribuiti anche attraverso l’azione di Regione e Province.  Come, con quali finalità specifiche, con che tipo di esigenze territoriali è discorso che merita di essere approfondito. Innanzitutto, ascoltando la voce di protagonisti di questo lento ma deciso processo di riforma interno come il provveditore delle carceri regionali, Francesco Massidda, e l’educatore Giampaolo Cassitta,  Dirigente regionale, responsabile del trattamento dei detenuti. E poi partendo dall’idea che a Isili, Is Arenas e Mamone (che con Lodè ha il record delle presenze di stranieri: 82%) ha già suscitato attenzione nell’opinione pubblica: il coinvolgimento delle colonie penali per produrre formaggi, miele, maialetti contrassegnati dal marchio di qualità del carcere. Un punto d’avvio importante, fondamentale, in un quadro di riferimento più vasto, complesso, articolato.   Dettagli. Il programma si chiama, non a caso, «Buoni dentro». La premessa operativa, ricordano i funzionari scesi in campo, è contenuta nell’articolo 27 della Costituzione: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».   Lacune. Sull’obiettivo c’è così un impegno generalizzato. Che tenta di superare i tre gravi problemi degli istituti sardi: celle sovraffollate, edifici che cadono a pezzi in attesa dei nuovi di Bancali, Oristano e Uta, cronica carenza d’organici della polizia penitenziaria, che negli ultimi anni ha perso centinaia di uomini riducendosi ad appena 1300 effettivi.  Direttori, educatori, assistenti sociali, agenti sono comunque mobilitati per la riuscita del piano. «Grazie al 36,11% di detenuti occupati, oggi la Sardegna è al primo posto in ambito nazionale per l’attività svolta negli istituti di pena - spiegano i dirigenti - E con il 42,55% di stranieri al lavoro risulta in testa anche nelle classifiche sul totale dei reclusi non italiani».   Investimenti. Molte iniziative in corso passano attraverso la Cassa ammende. Questo ente finanzia progetti d’assistenza alle famiglie dei carcerati e degli internati per reati conseguenti a malattie psichiatriche. Oltre che programmi per misure alternative alla detenzione.   Mamme e bebè. In Sardegna 7 progetti sono già stati finanziati e altrettanti risultano in via d’approvazione. Appoggiato dalla Provincia di Cagliari, «Il cammino delle madri detenute», per costitituire un Icam, ossia un Istituto a custodia attenuata.  Nascerà tra breve, secondo in Italia dopo il primo realizzato a Milano.  «Uno dei nostri punti qualificanti sarà far ospitare le poche detenute con figli piccoli in una struttura a Decimomannu: è sempre un carcere, ma con agenti senza divise e tecniche di controllo compatibili con la presenza dei bambini», spiega il provveditore. «Queste donne sono nomadi, tossicomani o prostitute in carcere con accuse diverse: là potranno trovare pediatri, educatori, psicologi in grado di assistere meglio anche i loro bimbi», aggiunge Francesco Massidda.   Acronimi. Ci sono poi progetti con sigle di per sé emblematiche. Alcuni finanziati dall’Ue col bando regionale «Ad Altiora». Uno è chiamato Gagli-off. «Riguarda Buoncammino e Iglesias, in collaborazione con l’università di Cagliari - informa Giampaolo Cassitta - Verranno sviluppati temi assolutamente innovativi. Parlo del lavoro con le persone offese e del trattamento specifico di reati delicati (sex-offender)». «Oggi 139 reclusi in Sardegna scontano pene per violenze sessuali, sia nel Sulcis sia a Lanusei, ma spesso ci si dimentica che un giorno usciranno e inevitabilmente rientreranno in contatto con le loro vittime negli ambienti d’origine - chiarisce - Ecco, noi vogliamo evitare recidive e dare a chi ha subìto il reato l’aiuto che il suo caso richiede». Solo per questo programma sono disponibili 416mila euro. Non sono pochi. Ma in un ambiente dove, più che altrove, le parole pesano come macigni sarà soprattutto compito degli operatori garantire il reinserimento con strategie basate su processi rieducativi. Gli stessi nei quali il confronto e il dialogo potranno rivelarsi decisivi.   Barbagia. E stata avviata poi la Filiera dell’inclusione. È un programma degli istituti di Nuoro e Mamone: in collaborazione con l’associazione Arti e Mestieri, si propone di produrre e vendere piante officinali. Nel quadro dello stesso programma, finanziato con 216mila euro, è prevista la costruzione di una falegnameria nel penitenziario di Lanusei.  E, ancora, «Fadinde», per dare vita a fattorie sociali con i detenuti di Oristano e la cooperativa sociale Il Samaritano di don Giovanni Usai (già spendibili 180mila euro). «Archeo»: un multiprogetto per il recupero dell’anfiteatro romano nella zona romana di Fordongianus con detenuti di Oristano «in lavoro all’esterno» (altri 216mila euro). «A Cagliari, inoltre, sono disponibili 60mila euro per far operare alcuni reclusi addetti al telelavoro sulla gestione del monitoraggio nel percorso cittadino delle ambulanze», dicono Massidda e Cassitta.   Cultura. Non è finita qui. La Regione da qualche anno sostiene «Biblioteche carcerarie». Il fine? Far catalogare i libri, organizzare reading, promuovere manifestazioni. E l’ateneo di Sassari, con Ludica, segue i reclusi di Alghero. Per il momento ci 4 iscritti a diversi corsi di laurea e, recentemente, un detenuto si è laureato in «biblioteconomia».  In definitiva, tante pietre assieme, non più una lontana dall’altra. Le stesse che forse nell’isola potranno diventare una cattedrale.

intervista rilasciata a www.insardegna.tv

intervista rilasciata a  www.insardegna.tv - il sito di Giampaolo Cassitta
Un luogo, un continente, una storia di sofferenza, misteri e tanta natura. Descrivere l’Asinara è un’impresa complessa e lo è ancora di più se si vogliono raccontare gli anni scomodi di una presenza ingombrante che per mezzo secolo ha “occupato” l’intero panorama dell’isola: il carcere.
Giampaolo Cassitta, 51enne scrittore algherese, è riuscito a farlo molto bene in due libri che hanno segnato l’esordio della sua eclettica carriera. Funzionario del Ministero di Giustizia, prima sull’Asinara, poi ad Alghero e ora a Cagliari, ha iniziato il suo percorso artistico, parlando proprio dell’isola carcere.

 
Il suo esordio è stato “Il rumore del silenzio” e l’Asinara è stata senza dubbio la sua musa ispiratrice?
«In realtà non è proprio cosi. La scrittura per me è sempre stata passione. Da giovane ho prodotto molto, ma non ho mai pubblicato nulla, se non un libro di poesie nel lontano ’79 assieme ad un’amica. Peccati di gioventù, insomma. Ho scritto anche piccoli racconti. Certo l'Asinara è senza dubbio una bellissima location per partire. (il tono di Cassitta si fa più serio, quasi malinconico). Proprio il primo libro ha avuto una fortuna inaspettata. Parte di questa fortuna la devo a Fabrizio De Andrè. Credo sia stato un segno del destino.  Chiacchieravo con il medico e scrittore Paolo Cornaglia Ferraris che doveva presentare il libro “Uomini e donne” di Alfredo Franchini. Quando apprese che avevo prestato servizio 13 anni sull’Asinara mi disse: “Perché non scrivi qualcosa sull’isola?”. In realtà io avevo scritto già parecchie cose. Per farla breve: l’editore Fratelli Frilli mi chiamò pochi giorni dopo aver letto il mio lavoro. Voleva pubblicarlo!»

 
Qualche anno dopo è “arrivato” il secondo: “Super carcere Asinara”. Un romanzo che di romanzo ha ben poco. Tutti i luoghi e buona parte dei personaggi sono ben riconoscibili?
«Mentre sul primo libro potevano essere riscontrati tratti autobiografici, in questo ci sono in primo piano i racconti di Spanu. Gli stessi che mi son divertito a “colorare”, utilizzando la mia “tecnica di disegno”. A tutto questo corpus ho deciso di dare un filo logico. In linea generale racconti brevi, qualcuno un po’ più lungo: mi viene in mente quello di Fornelli. Di vero c'è praticamente tutto. Mi spiego: Spanu racconta e io mi diverto a modificare alcuni tratti, i luoghi, i nomi, a mischiare le storie per non renderle – soprattutto alcune – riconoscibili. 
La storia di Bobò, l’asinello, è assolutamente vera come quella della partita in cui ha giocato Zola. E poco importa se il gol segnato dai reclusi è stato descritto in modo un po’ diverso... Marta, la bimba deceduta sull’isola, è esistita davvero, ma aveva un altro nome. E pensare che a distanza di tanti anni, arrivano telefonate di lettori che mi chiedono dove sia sepolta la bimba. Non la trovano proprio perché non si chiamava così. Ma assicuro che c’è. Riposa là, poverina.  

 
L’Asinara, il luogo dove tra gli altri sono passati anche i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino?
«Li ho conosciuti. E quando seppi del loro arrivo sull’isola mi resi conto che dalla cronaca saremmo passati presto alla storia. Erano in tre, c’era anche Giuseppe Ayala, il più allegro di sicuro. Ricordo perfettamente lo straordinario dispiegamento di forze durante la loro permanenza. La pilotina che in genere andava avanti e indietro dall’isola alla terra ferma, in quei giorni stava incollata a Cala d’Oliva e illuminava il mare durante la notte. Un fatto mi è rimasto impresso, legato proprio alla vita quotidiana: quando i familiari del giudice Borsellino andavano al mare, sulla spiaggia di cala Sabina, quel tratto di mare diventava off limits per tutti: nessuno poteva vederli, né incontrarli. Una vita difficile la loro. Noi eravamo avidi di notizie, ma ben poco potevamo soddisfare le nostre curiosità. Solo il caposcorta ci aggiornava con qualche aneddoto. Non posso dimenticare quando ci disse: “Stanno sempre scrivendo, non si fermano un minuto”. Di loro colpiva proprio questo: la forza etica, l’impegno e l’altissimo senso dello Stato. Sono cose che ti restano per sempre. Quando lasciarono l’Asinara per far ritorno a Palermo, sperammo che avessero dimenticato uno scritto, un banale appunto. Tutto per la curiosità di capire il loro modo di lavorare e, più semplicemente, scorgere la loro grafia. Ma soprattutto perché ci rendevamo conto – lo ripeto – che si era appena scritta un’importante pagina di storia, proprio sull’Asinara. Ci catapultammo subito nella foresteria che oggi porta il loro nome, ma – ovvio - non trovammo nulla, ma proprio nulla…(Cassitta sorride)

 
Oggi come “vive” l'Asinara?
«Posso saltare questa domanda...?(sorride ancora, ironico). Scherzo! Ci sono stato con alcuni amici. In particolare con Giommaria Deriu. Siamo stati a Trabuccato. Entrando nella diramazione mi è capitata una cosa stranissima che non avevo provato mai in vita mia. C'era l'erba altissima e un degrado insopportabile: per un attimo ho rivisto le persone che l’avevano popolata e ho sentito le loro voci. Mi dispiace che la memoria di queste persone: Polizia penitenziaria e detenuti, venga perduta. Ho avanzato qualche tempo fa la proposta di costituire un museo del carcere. A disposizione c’è un archivio che oggi si trova ad  Alghero. Ci sono degli oggetti del museo criminologico di Roma che starebbero bene a Fornelli. Parlo ad esempio della caffettiera che fu fatta saltare dalle Brigate Rosse nei roventi “anni ‘70/’80”. 
Anzi approfitto di questa occasione per propormi come candidato alla presidenza del parco dell’Asinara. Dimenticavo di dire la cosa principale: a titolo assolutamente gratuito. Non chiederei un solo euro in più di quello che percepisco dal ministero di Giustizia. Son sicuro che questa proposta non sarà presa in considerazione».

 
Dall'isola della pena ai sequestri di persona con “La zona grigia. Come filo conduttore c'è la detenzione e l'espiazione visto da un'altra prospettiva?
«In un certo senso è così. Il mio terzo libro nasce dall’eco di una parte della mia vita che, per lavoro, ho vissuto in carcere. Ho conosciuto moltissimi sequestratori. Tutti i componenti dell’Anonima gallurese e quelli che sequestrarono De Andrè, Casana, Troffa, Bussi. Mi incuriosivano le loro storie, i loro racconti perché da sardo non accettavo e non accetto questo crimine odioso. Facevo a tutti la medesima domanda: “Perché sequestrate le persone?”. Tutti mi rispondevano con mezze parole. Praticamente tutti negavano, gli altri tacevano per la vergogna di quanto avevano commesso. Altri ancora mi hanno raccontato per filo e per segno le dinamiche. Fra tutte le storie, cattura la mia attenzione un sequestro che non conoscevo, o meglio che non ricordavo bene, accaduto quando ero 19enne. Nell’ottobre del 1978 viene sequestrato Giancarlo Bussi, non uno qualunque, ma l'ingegnere della Ferrari. La notizia non fa molto scalpore: i giornali sardi dedicano una “spalla” della prima pagina. Questo mi fece molto arrabbiare. Del sequestro Bussi si dimenticano un 
po' tutti. Leggendo le carte processuali, mi trovo davanti al signor Mallocci condannato a 30 anni. Mi convincerò, parlando con lui e studiando il caso, che lui questo rapimento in realtà non lo ha mai compiuto. In effetti poi la giustizia mi darà ragione. Ma nel frattempo scopro un altro personaggio che è il signor Lombardini. Dai racconti. Una figura di primo piano, molto particolare: un deus ex machina. È uno che “gestisce” i sequestri e si muove bene. Certo: con metodi suoi non proprio cristallini e con carcerazioni dubbie. Questo per dire che oggi Mallocci, non solo non avrebbe fatto galera, ma non sarebbe stato neppure ritenuto colpevole. Troppo blande le prove a suo carico. Oggi – per fortuna – c'è più garanzia. Ma…mi rendo conto che Lombardini, allora,  nel bene e nel male funzionava».
Il libro “La zona grigia”, edito da Condaghes, non si trova più da nessuna parte. Per questa ragione verrà ristampato ed avrà un'appendice di trenta pagine.
«Ho conosciuto una figlia di Mallocci (morto subito dopo la pubblicazione del libro, ndr) – prosegue Cassitta -. La sua domanda ricorrente durante le nostre conversazioni fu: “Mio padre è innocente?” Conveniamo nel pensare che la giustizia a volte rovina chi sta a fianco del detenuto. In ogni caso l’integrazione del libro con questo contributo, darà un senso maggiore alla storia che ho voluto raccontare».

 
Infine il romanzo puro con “Il giorno di Moro”. Una vicenda parallela in quella mattina che tutti gli italiani ricordano.
«E' vero. Gli italiani non l’hanno mai scordata. Parlo degli italiani che come me avevano 20 anni. Durante le presentazioni del libro ripeto sempre lo stesso banale quesito: “dov’eravate quando fu sequestrato il presidente Moro? Tutti rispondono con dovizia di particolari, un po’ come per i ragazzi che hanno vissuto l’11 settembre. Eppure in quel 9 maggio del '78, avvengono altre cose terribili: ad esempio, viene ucciso Peppino Impastato. Mi invento allora un’immagine parallela il cui protagonista è un magistrato di sorveglianza, Claudio Marceddu».
Per scrivere “Il giorno di Moro” che si svolge tra Sassari, Alghero e Roma, Cassitta si è recato più volte nella capitale e ha studiato itinerari e particolari, in modo da rendere riconoscibili i luoghi.
Infine l’ultima creatura che a breve vedrà la luce. Si parla di spionaggio e di un F104 misterioso...è possibile avere qualche anticipazione?
«…veramente non si tratta proprio di spionaggio. E' di certo una storia strana. La prosecuzione di “Il giorno di Moro”, il protagonista, sempre Claudio Marceddu. C'è una sua amica brigatista che ha qualcosa da raccontare sulla Strage di Bologna. Gli ingredienti sono Gladio, la P2, e un F104 che partito da Alghero, doveva schiantarsi in un certo punto della Sardegna. Un po’ come successe nel ‘79 – mi pare di ricordare - nella zona di Oristano. C'entra l'Asinara. Ci sarà una rilettura della storia che potrebbe funzionare, senza nulla togliere alla verità i quanto successe davvero. Questo libro ha preso forma da una chiacchierata Sergio Picciafuoco, condannato per la strage di Bologna e poi assolto. Lui mi racconta che si trovava là, al momento della deflagrazione, non aveva con sé documenti e aveva paura che qualcuno lo accusasse di qualcosa, come poi accadde. (Cassitta cambia tono e conclude) Anche la strage di Bologna fa parte del mio vissuto. Tra i fatti che mi colpirono di più…».

 
Intervista di Gabriele Sardu

Reinserimento sociale: l'agricoltura diventa la scommessa vincente.

Reinserimento sociale: l'agricoltura diventa la scommessa vincente. - il sito di Giampaolo Cassitta

Reinserimento sociale: l'agricoltura diventa la scommessa vincente

  GONNOSNÒ. L’agricoltura può essere una valida occasione di reinserimento sociale. È questo il messaggio che verrà lanciato domani mattina, nel corso del convegno organizzato dalla Laore (dal titolo “Agricoltura sociale, reti per l’inclusione e welfare locale”) che si terrà nei locali della fattoria sociale ambientale “Jara”. Nell’azienda che sorge nella campagne di Costa Linus, saranno esaminate le opportunità affinchè anche la Marmilla possa essere interessata da progetti di sviluppo mirati all’inclusione sociale e al reinserimento lavorativo, proprio nell’ambito dell’agricoltura. I lavori, moderati da Antonio Maccioni, di Laore Sardegna, cominceranno alle 9.30 con un breve intervento del sindaco, Ireneo Pusceddu. Fra i relatori anche Antonello Comina, tecnico di Laore nonché responsabile della cooperativa “Il seme”. Molto attesa anche la relazione di Giampaolo Cassitta, del provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria, sulle esperienze compiute in questo senso nel sistema carcerario sardo. (t.s.)

Il permesso premio e il dolore delle vittime

Il permesso premio e il dolore delle vittime - il sito di Giampaolo Cassitta

«Ci sentiamo offesi e non tutelati»

  SASSARI. «Mio fratello è morto e il suo assassino è praticamente libero. Libero di studiare, di laurearsi, di uscire dal carcere e rilasciare interviste, di guadagnarsi una ribalta che non merita, passando per omicida redento». A parlare è Angelo Simula, maresciallo dell’aeronautica militare in servizio a Cagliari, fratello maggiore di Mario, il giovane idraulico di Ittiri massacrato con 31 coltellate il 27 settembre del 2001, quando aveva 28 anni. La mano che impugnava il coltello era quella di Stefano Diana, 25 anni, operaio di Pozzomaggiore, condannato a 30 anni di reclusione. Pena che sta scontando nel carcere di Alghero, dove nei giorni scorsi, al termine del corso di studi, ha discusso la sua tesi in Scienze della comunicazione. La notizia della laurea dell’assassino di suo fratello Angelo Simula l’ha appresa dai telegiornali. Ha visto l’intervista rilasciata ai tg regionali dall’uomo che 8 anni fa ha ucciso quello che considerava il suo rivale in amore. La vita della famiglia Simula da settembre del 2001 è stata stravolta. «Io e i miei due fratelli in qualche modo abbiamo dovuto reagire, abbiamo un lavoro che ci distrae dal pensiero fisso della terribile fine di Mario, ognuno di noi ha famiglia e figli da crescere. Quelli che pagano maggiormente le conseguenze di questo dolore inconsolabile e straziante sono i nostri genitori, mio padre si è ammalato e oggi è un uomo in ginocchio». Le ragioni e il profondo dolore dei familiari della vittima aprono inevitabilmente un ragionamento «sui delitti e sulle pene». Sul diritto delle vittime e dei loro familiari ad avere giustizia e sul diritto al riscatto dei carcerati, stabilito da leggi dello Stato e dalla Costituzione. «Il discorso è complesso è articolato», spiega Giampaolo Cassitta, dirigente dell’Ufficio detenuti per l’amministrazione penitenziaria di Cagliari, che ha seguito in carcere per sei anni Stefano Diana. E aggiunge: «Comprendo perfettamente lo stato d’animo dei familiari verso i quali è dovuto un grandissimo rispetto e sto dalla parte delle vittime, ma è necessario capire - sottolinea - che lo Stato non fa vendette ma giustizia e nella giustizia, come previsto dalle leggi dello Stato e sulla base di princìpi costituzionali, si compie il tentativo attraverso un percorso che è sempre molto complesso di restituire alla società individui che non commettano più reati». Un ragionamento difficile da spiegare ai familiari di Mario Simula, che da 8 anni combattono giorno dopo giorno contro il dolore lacerante per la perdita del loro congiunto.  «Oltre che addolorati - afferma Angelo Simula - ci siamo sentiti offesi e non tutelati dalla giustizia. La pena deve essere pena. Noi abbiamo subìto cose indicibili in questi anni. Io ho visto il corpo di mio fratello martoriato, abbiamo dovuto affrontare oltre un anno di processi, in qualche circostanza, è assurdo ma è così, abbiamo dovuto battagliare per difendere la memoria di Mario». - Angela Recino

reinserimento sociale

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Reinserimento sociale: l'agricoltura diventa la scommessa vincente

  GONNOSNÒ. L’agricoltura può essere una valida occasione di reinserimento sociale. È questo il messaggio che verrà lanciato domani mattina, nel corso del convegno organizzato dalla Laore (dal titolo “Agricoltura sociale, reti per l’inclusione e welfare locale”) che si terrà nei locali della fattoria sociale ambientale “Jara”. Nell’azienda che sorge nella campagne di Costa Linus, saranno esaminate le opportunità affinchè anche la Marmilla possa essere interessata da progetti di sviluppo mirati all’inclusione sociale e al reinserimento lavorativo, proprio nell’ambito dell’agricoltura. I lavori, moderati da Antonio Maccioni, di Laore Sardegna, cominceranno alle 9.30 con un breve intervento del sindaco, Ireneo Pusceddu. Fra i relatori anche Antonello Comina, tecnico di Laore nonché responsabile della cooperativa “Il seme”. Molto attesa anche la relazione di Giampaolo Cassitta, del provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria, sulle esperienze compiute in questo senso nel sistema carcerario sardo. (t.s.)

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supercarcere Asinara. 2002 - 2005 - quattro edizioni - 1 edizione tascabile

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La zona grigia. Cronaca di un sequestro di persona avvenuto in Sardegna nel 1978. Uno sconcertante sequestro.

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Il libro più amato. Un delitto che accade a Roma lo stesso giorno dell'omicidio di Aldo Moro. E i ricordi cominciano a riffiorare. Un noir cupo dentro gli anni 70.

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Una stagione afosa. La strage di Bologna. L'esplosione in volo del DC9 su Ustica. Il treno Italicus. L'amore tra un magistrato e una terrorista. La ricerca impossibile di una verità che ne racchiude altre mille. Un romanzo sul nostro recente passato e sul fosco presente. Ritorna Claudio Marceddu con nuove sconvolgenti verità

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