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la perfezione dei numeri

la perfezione dei numeri - il sito di Giampaolo Cassitta
dal nuovo progetto "anime in panchina" un racconto per il natale 2008
 

LA PERFEZIONE DEI NUMERI


Ho compiuto cinquant’anni. Mia moglie, con molta prevedibilità e con dolcezza mista a compassione – una compassione che vedo solo io – mi dice che sono i primi e io, come sempre, faccio finta di non capire, non capire fino in fondo intendo. Lo so, che sono oltre l’aspettativa di vita. Non credo di arrivare a cento. Non lo metto in conto, ecco. E poi, a dire il vero, non riesco a concepire perché, per arrivarci, dovrei soffrire, avvizzire nella pelle e nei pensieri. Bastano ottanta, forse ottantacinque. Magari novanta. Ecco, probabilmente è l’età giusta. Campare fino a novanta. Claudio è d’accordo. Mi guarda lontano, sempre più assorto, mentre disegna sorrisi contorti, come le curve di un autodromo sconnesso. Ha il mio stesso nome e, a chi mi chiede il perché rispondo sempre con una stupida semplicità: Claudio è un nome perfetto e poi mi moglie, amandomi pazzamente, voleva almeno due Claudio in casa. Come se avesse scelto una vita in stereofonia.
E’ stato un attimo la scelta del nome.
“Lo chiamo come te”, non c’erano mezzi termini. Avevamo diciannove anni. Eravamo forse folli, perché ci vuole della follia costruttiva a concepire un figlio eppure - lo ricordo perfettamente – eravamo felici. Di una felicità sommessa, da un peso specifico lieve. Niente festa al nostro matrimonio. Niente Stato. Nel senso che ci si poteva presentare davanti a Dio ma non davanti all’Italia. Ero poliziotto e non avevo gli anni per il matrimonio. Non ho mai capito perché non si poteva incontrare il sindaco e quindi lo Stato alla mia età ma, soprattutto, non ho mai capito perché Dio fosse invece dalla nostra parte, in qualche maniera complice.
Insomma, Claudio, il mio Claudio, fu concepito davanti a Dio ma non davanti agli uomini.
Cinquant’anni. Un attimo anche questo. Mica ci vuole tanto ad arrivarci. Nonostante Claudio non sia d’accordo e mi osserva con un sorriso sospeso, come un lenzuolo nel deserto che aspetta un vento che, magari, non arriverà.
E, davanti ad una torta dolcissima, - perché dentro tutte le fette che io ho tagliato ci sono gli occhi di Silvana e la bocca di Silvana e il corpo di Silvana e il rumore di Silvana e i silenzi di Silvana, - dentro scolpisco attimi che ritornano fortemente nelle pulsazioni degli anni. Attimi che dipingono il percorso per giungere sino a questo piccolo traguardo minimalista: i miei prima cinquant’anni. E l’anima - o quello che si solidifica dentro questi anfratti delle memoria – mi riporta dentro il 1977, un anno decisamente forte, decisamente terribile, decisamente denso, avvolto da una fitta serie di avvenimenti che partivano da lontano, da molto lontano e che sembravano, a me e a Silvana che ci avrebbero soltanto sfiorato, che ci saremmo ricordati quell’anno solo per la nascita del nostro primo figlio oppure perché mancavano ventitre anni al duemila. Una mia fissazione quella dei conti alla rovescia per giungere al secondo millennio. Un gioco. Ho sempre amato i numeri, tutto quello che si poteva declinare con la matematica. Che non è un mestiere ma è semplice alchimia. Poesia maledetta.
Il 1976 fu, per esempio, quello che decretò la nascita di qualcosa di molto forte: il partito comunista Italiano guidato da Enrico Berlinguer, riusciva in un’impresa enorme: diventare il primo partito comunista in Europa, diventare un faro per molti italiani che attendevano da anni questo strano riscatto. Avevo diciannove anni ed erano sinceramente pochi per la politica, ma erano dannatamente pochi un pò per tutto., tranne che per Silvana.
C’eravamo conosciuti una notte d’estate, dentro le canzoni di Baglioni. E lei aveva davvero la maglietta fina da cui si immaginava tutto. Io avevo appena concluso le visite per entrare in polizia. Ed aspettavo. Perché nel 1976 un posto in polizia per me, di Roma, quartiere Monteverde, era importante. Decisamente importante. Era come vincere uno scudetto. Che la Roma non mi regalava. E che avrei dovuto cercare da qualche altra parte.
Silvana, occhi grandi come un museo a cielo aperto, colorata come il suo mare di Napoli si presentò un giorno e decisi, in un attimo, che sarebbe diventata la mia Silvana. Mia e di nessun altro. Adesso, a cinquant’anni non ho ancora cambiato idea ma nel 1976, quando decidemmo di sposarci, i suoi erano sorrisi senza rughe. Rappresentavano, per me, un orizzonte. Un orizzonte immenso su cui, con estrema dolcezza, mi affacciavo.
I baci che si rincorrono dentro il Tevere che “andava lento lento” e le promesse e la forza e la paura e la pesantezza di quegli anni. La paura di stare da una parte piuttosto che da un’altra. Non riuscire a capire se diventare poliziotto fosse una scelta consapevole: stare dalla parte giusta. E non capire perché ragazzi della mia età sputavano, urlavano, sparavano su quelle divise che rappresentavano, almeno per me, una piccola rivincita davanti ad un mondo grande e complicato. Oddio, raccontato oggi, diventa tutto più ridicolo e nessuno è disponibile all’ascolto. Non ne parlo più. Nessuno me lo chiede. Solo Claudio. Solo qualche volta. Oggi, che sono professore di matematica, sorrido all’idea che nel 1977 sono stato, mio malgrado, protagonista. Eppure dovrebbe essere solo un anno da ricordare perché legato alla nascita di mio figlio. Ma negli anni ho capito che la logica ha disegni non sempre perfetti. Anche la matematica ha la sua poesia. Difficile da scovare, ma c’è. Ho lasciato la polizia non per la consapevolezza che non avevo la stoffa dell’eroe o perché mi vergognassi della divisa. Tutt’altro. Lasciai la polizia perché mi sentivo uno sconfitto. Almeno dentro i miei vent’anni. Sconfitto perché si aveva paura di uscire con la divisa, perché era consigliabile non indagare, perché il terrorismo, come ancora qualcuno pensa, era il male minore, quei signori, con i miei stessi occhi, la mia stessa pelle, la mia stessa voglia di fare all’amore erano considerati compagni che sbagliano. E non si rimane poliziotti se tutto questo viene tollerato. Perché, dentro quegli anni questo era il clima. Maledetto. Che ci radeva l’anima. Un poliziotto non aveva la licenza di sparare, di difendersi. Se qualcuno lo faceva rischiava l’esecuzione per una sentenza emessa dal famigerato tribunale del popolo. “E io che sò?” diceva mio padre, “non sono il popolo?”. E i poliziotti avevano un’isola tutta loro, senza masse, senza popolo? E chi difendevano i poliziotti nelle piazze, nelle strade, dentro gli stadi, dentro quelle giornate pesanti come sacchi di grano bagnato, che occhi avevano e che respiri e che futuro dovevano immaginarsi? Che attimi macinavano nei momenti di scontro, di carica ai proletari? Che pensieri si disegnavano in quei bastardi e maledetti momenti? Che faccia potevano fare davanti agli insulti e agli slogans e alle parole che scandivano quelli che si ritenevano dalla parte giusta.
Da che parte stavano i poliziotti nel 1976?
Da che cazzo di parte potevano stare?
Dove potevo collocarmi a diciotto anni?
Dalla parte di Silvana.
L’unica che regalava dolcezza ad un orizzonte marcio e decadente, senza alcuna speranza. E ci vuole coraggio a continuare, a tornare a casa con il sudore appiccicato alla divisa e non riuscire a dire che dentro quelle gocce che attanagliano la pelle ci sono anche lacrime di rabbia perché tu non riesci a capire, non puoi capire perché un ragazzo, uno stesso ragazzo della tua età ha deciso, senza consultare nessuno, senza nessuna assemblea, di decidere della tua vita, di poter, in qualche modo, in qualche maniera poter distruggere la tua esistenza. Può un ragazzo di vent’anni distruggere la vita di un suo coetaneo? Può. Questo ho capito dentro quei giorni. Questo ho vissuto e mi è rimasto dentro le vene, come qualcosa che pulsa. Come qualcosa di orribile, di infinitamente cattivo che non riesco, neppure oggi, a cancellare. Perché la vita ti scolpisce, non c’è niente da fare. Ti scolpisce senza che tu te ne accorga e senza che tu possa decidere il momento. Ti trovi così, con la rabbia già costruita e con la voglia di spaccare tutto. E decidi, nel più classico dei colpi di scena di lascia perdere.
Fanculo la vita di poliziotto.
Devo vedere gli occhi di Claudio che sorridono. Non ho tempo di pentirmi di averlo fatto. Fanculo le pistole e gli stadi e l’adrenalina dei cortei. Fanculo gli straordinari che non ti danno e il giorno di Natale in caserma perché così si è più vicini e più uniti e più squadra e Claudio e Silvana che aspettano dietro un panettone che si impietrisce e non bastano le lacrime per renderlo commestibile. Fanculo a tutto questo.
E’un attimo che l’idea si materializza, che prende lentamente forma, che vomita saggezza in pillole e urla che c’è – ci deve essere, necessariamente – un’alternativa a tutto questo. E allora, solo allora, dentro quell’attimo, capisco che la svolta si avvicina.
Lo ricordo come se fosse oggi.
22 marzo 1977. Stazione Termini, Piazzale dei cinquecento. Soliti colori grigi di gente che scorazza quasi inerme. Qualcuno che scalpita, che attende davanti la lampada Osram – oggi non c’è più – qualcun altro. Facce pasoliniane in un tramonto acerbo. Decido di prendere il 27. Salutare mia madre, prima di tornare a Firenze, dove ero stato appena trasferito, squadra antiterrorismo. E’ solo un attimo, un gioco che parte così, quasi per caso. Salgo sull’autobus e sorrido. Un bel numero dico. Ho sempre amato i numeri e 27 è un bel numero. Decisamente. Per molte persone rappresenta il giorno dello stipendio. Bello, rotondo e grasso. MA è anche divisibile per 3 e per nove e la somma è comunque nove.
Sale sull’autobus una faccia che ricorda qualcosa. Non matematicamente. Una faccia forte, di quelle che non si dimenticano.
Perché con il ventisette, dividendolo, alla fine si arriva a tre, il numero perfetto per eccellenza, il numero primo amato da Dante e da Pasolini in Salò o le 120 giornate di Sodoma. Perché anche 120 è un bel numero.
Lei si siede di traverso, senza colorare sguardi. Senza voler dare necessariamente nell’occhio. Ma lo sguardo, è come una tabellina imparata alle scuole elementari. Non si scorda. Non si può scordare.
Ecco, il mio nuovo mestiere. Insegnare la matematica. Raccontare della poesia che c’è dentro i numeri, dentro la loro apparente aridità. Tutti i numeri hanno un senso. “22 marzo 1977.”: ventidue è divisibile solo per undici e poi basta, finito. In undici si gioca dentro un campo di calcio mica in dieci o in nove. In undici perché è indivisibile. Perché è un numero primo e indivisibile. Quando qualcuno viene espulso la squadra, quella squadra, subisce innanzi tutto un affronto: diventa matematicamente vulnerabile. Rimanere in dieci o in nove non ha senso. Sono numeri divisibili. Bisognerebbe espellere i giocatori e lasciarne in campo sette. Ma questo, per regolamento non è possibile. Si può essere primi solo in undici.
Mi guarda. La guardo. Lineamenti piuttosto facili da ricordare. Detenuta. Evasa. Dio se lo ricordo.
Vogliamo poi parlare di marzo? Il numero tre, la perfezione. Indivisibile e, soprattutto moltiplicabile per una serie di numeri che legano la bellezza e la maledizione: 33, 666, 999 giochi che si ripercuotono.
La matematica che non è più astrazione ma che può essere spiegata, semplicemente, con la sottigliezza dei numeri primi.
Maria Pia. Maria Pia Vianale. Questo il volto che si presenta davanti ad un poliziotto di vent’anni il 22 marzo del 1977.
Un poliziotto che ha deciso di innamorarsi della vita e dei numeri. Maria Pia Vianale: tre parole. Fa parte dei nuclei armati proletari: tre parole.
La perfezione.
Il 27 sta per partire.
Posso suggerire all’autista di bloccare le porte e di arrivare sino ad un posto di polizia.
Posso farlo. Devo farlo.
E Silvana mi guarda e Claudio mi ascolta. E La Vianale distrattamente osserva Roma.
E io, attendo e poi un attimo. Alla terza fermata decido di scendere. Di dimettermi da poliziotto e di iscrivermi all’università. Professore di numeri. Un’anima che sta dentro la collina stramba di Fabrizio De Andrè: sembro uno dei protagonisti del suo disco più bello e più forte. Non al denaro non all’amore né al cielo.
Tre concetti. La perfezione.
Di tanto in tanto, con Claudio e Silvana lo cantiamo. Ma non capisco perché oggi, a cinquanta anni, numero che porta a tante divisioni ma raggiunge – come numero primo – il cinque, ricordo solo quel giorno. Quello strano giorno, il 22 marzo 1977 che decisi di mettermi a giocare con i numeri. Furono, da quel giorno il mio nuovo orizzonte.
Poi, non ricordo nient’altro.




Claudio Graziosi, agente di pubblica sicurezza. Ucciso a Roma dai nuclei armati proletari il 22 marzo 1977. Aveva diciannove anni.

Claudio oggi avrebbe cinquant’anni.

by giampaolo cassitta e agenzia letteraria Kalama. Tutti i diritti riservati. 

 Alcune note a margine richieste da molti amici cui avevo anticipato il racconto per mail. Molti di loro (quasi tutti, a dire il vero) non ricordavano la storia. Ecco, dunque, in estrema sintesi come andarono le cose quel giorno e che era MAria Pia Vianale. Ad onor di cronaca non è la Vianale ad uccidere Graziosi ma certo è che il riconoscimento della terrorista porta l'agente alla  morte.

L’agente Graziosi è sull’autobus e riconosce tra i passeggeri Maria Pia Vianale, militante dei Nuclei Armati proletari ed evasa dal carcere a gennaio.
Si avvicina per arrestarla, ma un altro terrorista che la accompagna spara all’agente Graziosi uccidendolo e poi si allontanano in fuga.


Maria Pia Vianale è nata a Taranto, ha ventitré anni quando la catturano a Colle Oppio [l'1 luglio '77, a Roma]. Viene da una tranquilla famiglia borghese: padre e madre insegnanti che si sono trasferiti a Napoli nel '56. Maria Pia compie gli studi tipici di ragazza di buona famiglia: il liceo agli Educandati femminili e poi Lingue orientali. E' timida, studiosa, intelligente, un po' schiva ma anche lei viene travolta dalla passione politica. Si iscrive a Lotta Continua dove conosce Giovanni Gentile Schiavone, Nicola Pellecchia e Vitaliano Principe, i primi promotori dei NAP. La sua prima schedatura poliziesca è del '74, quando si fa notare nella occupazione delle case di via Arenella; poi fa anche lei il salto nella lotta armata, approvando il documento con cui il collettivo Arenella decide di "autodistruggersi come intellettuali borghesi per privilegiare la lotta armata". Maria Pia e Schiavone  si fidanzano e programmano di sposarsi nel giugno '75, ma  con il primo morto - Vitaliano Principe - cambiano idea e passano alla clandestinità. Maria Pia viene arrestata il 21 maggio: le trovano nella borsetta delle banconote provenienti dal sequestro Moccia [un industriale cementiero napoletano rapito a scopo di riscatto,]. Si fa venti mesi di carcere a Pozzuoli, operata senza anestesia ad un dente, sottoposta a vita durissima: è la scuola (...) di chi crede nel pugno di ferro [contro i terroristi, ndr]. Dirà la sorella Gilda: "I continui maltrattamenti, le continue punizioni l'hanno trasformata fisicamente e moralmente: quando è tornata a Pozzuoli dal carcere di Lecce era ridotta a 42 chili, docidi in meno di quando era stata arrestata. Io non so se prima era veramente una nappista. Certo lo è diventata nel carcere". Sta tra gli imputati al processo di Napoli del '76 [il maxi-processo contro la colonna dei NAP, ndr]. Che sia cambiata è chiarissimo: è dura, spavalda, è lei a leggere il documento del processo "guerriglia". Rivolta ai giudici dice: "Siamo qui per processarvi. Questa per noi è un'azione di guerriglia ed è su questa base che dovete confrontarvi con noi". Durante le udienze si scatena, grida 'porco' al Pubblico Ministero che la definisce una rivoluzionaria da trivio. Oppure urla alla corte "Me ne andrò quando vorrò". Ed è una buona profezia. Nella notte del 21 gennaio del '77 chiama una secondina del carcere di Pozzuoli e le chiede un calmante. Mentre la secondina si assenta, termina di segare le sbarre, poi lei e Franca Salerno si calano su un terrazzo, trovano la scaletta a pioli portata dai compagni, scalano alcuni muri e tornano in libertà. I compagni scrivono sui muri di Napoli: "Ben tornata Maria Pia" [ i giornali femministi dell'ultrasinistra scriveranno anche "Liberiamoci come ha fatto Maria Pia", ndr].

Da "Gli anni del terrorismo" di Giorgio Bocca (Armando Curcio Editore), pagg. 113-114:


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