LA MORTE DEL CARRO
Non credevo tu fossi arrivato a tanto, a bruciare con uno stupido falò quel vecchio carro”.
Così dicendo e abbassando gli occhi scomparve. Come sempre, buttava parole e spariva.
Un vizio.
Un assurdo e inconcepibile vizio. Non regalava dialogo, non riuscivi, in nessuna maniera, a spiegarti e a spiegare.
Mio padre.
Più duro del granito che avevamo davanti da sempre, pietra tra pietre.
Il carro, come tanti vecchi oggetti ormai, era da tempo inutilizzato, inutilizzabile, un orrendo e stupido carro, figlio di anni e ricordi passati, mentre vicino si dimenava il rombo, la tecnica, la velocità: il trattore rosso amaranto che brucia i secondi, che non concede attimi, che vomita metri in maniera quasi impensabile per chi era abituato con il carro e con i buoi, e la terra viene migliore, più soffice.
Lui, nonostante tutto, non mi parlerà per settimane.
Lo conosco, lo sento.
Mio padre.
Un uomo cresciuto nel carro, figlio di quel maledetto camminare "lento", senza sussulti.
Un falò si doveva pur fare.
Significava, per lui una sconfitta, un passaggio, un discorso che cominciava sul serio: razionalità nel trattare la terra, piantagioni più ampie, ricavi più gonfi, uccidere il carro era un atto dovuto.
Lui, mio padre non voleva capire e non capirà mai.
“Un trattore, una macchina, senza anima, alla macchina non puoi parlare come io faccio con i buoi. Non sei tu che comandi, è lei che ti governa, una stupida macchina”.
Sempre così. Parole e messaggi categorici, sentenze senza appello, quasi fosse un filosofo o volesse riprendermi, solo perché io avevo studiato.
La morte del carro non riusciva a sopportarla.
Il carro era la vita.
La sua vita.
La macchina, il trattore era per lui la distruzione.
Mio padre. Un carro bruciato e io, un capitolo nuovo, troppo nuovo perché potesse capirmi.
Troppo nuovo perché potessi capirlo.
9-4-82









