Giunto dentro la casa bianca color latte di capra e inginocchiatosi - come si doveva ai servi pastori - attese che tiu Bratine si accomodasse nella seggiola vicino al fuoco , accendesse la sua lunga pipa, facesse cinque sospiri – il primo di magnificenza, il secondo di tracotanza, il terzo di generico ascolto, il quarto per i pastori, il quinto ed ultimo per i servi - alzasse la sua lunga mano senza dire parola svolgendo lo sguardo verso il cielo. Ecco, quello era il segnale di un rito millenario. A quel punto il servo pastore Croncosu poteva parlare.
“Mio Magnifico Signore dentro il trono, son venuto davanti a te perché vorrei sapere come posso io diventare un piccolo pastore”. Questo disse il servo, sempre inginocchiato e con gli occhi macinati dal terrore.
“Tu, piccolo servo, se vuoi diventare pastore come Meridu, dovrai attraversare la foresta incantata, raccogliere i fiori della lungimiranza, piangere lacrime nella fonte delle colline lontane, scalare la montagna del mirto bianco, contare ventimila bacche, succhiare il nettare dell'alveare di Babbu mannu, portarne un barattolo al mio cospetto affinché io lo possa assaggiare, uccidere un cinghiale solo con un coltello senza manico e, in segno di venerazione portare la coscia destra al mio cospetto e, infine, baciare la pietra filosofale della mia casa bianca. Quando farai questo, tu sarai pastore di un gregge di cinquanta pecore”.
“Mio Magnifico Signore dentro il trono, io farò quello che mi dici ma, il pastore Meridu ha raccolto solo sei uova dal pollaio, le ha portate al tuo cospetto e ha avuto un gregge di cinquanta pecore”, disse con piccola voce il servo Croncosu.
“Meridu ha più esperienza di una volpe e le pecore le conosceva e le contava e poi, di lui mi sono sempre fidato.”
Furono le ultime parole di Tiu Bratine prima di alzarsi dal suo trono e congedarsi.
Croncosu si mise un paio di scarpe rinforzate e cominciò ad attraversare la foresta incantata, chiudendo gli occhi per non vedere i folletti maledetti, tappandosi le orecchie per non sentire gli scoiattoli innamorati e, dopo una lunga ed interminabile corsa, arrivò nel grande prato della lungimiranza, giallo come uno sciame d'api a mezzogiorno e attese che calasse il sole, perché solo allora - così come aveva appreso dalle scritture antiche , poteva riconoscere, tra i tanti, i fiori della lungimiranza.
Studiò a lungo quel momento e nell'attimo in cui il tramonto dipingeva il prato d'un rosso torbido, riuscì a coglierli.
Scapicollò sulla collina lontana fino a raggiungere la fontana delle cipolle dolci dove era semplice lacrimare, ma difficile era farlo all'interno della fonte. Trovò un albero dalle grandi foglie, si costruì un piccolo cucchiaio dove versò copiose lacrime e le abbandonò all'interno della chiara fontana.
Scalò dalla parte di Berideddu la montagna del mirto bianco, in un giorno contò ventimila bacche ma perse il conto e le ricontò, non era poi sicuro e le ricontò, stava per raggiungere la fine e si addormentò. Riprese il giorno successivo e ci riuscì.
Arrivò all'alveare di Babbu Mannu ma non era facile succhiare il nettare perché nel bugno c'era l'ape regina. Dovette suonare un piccolo flauto (i servi pastori, per fortuna, hanno sempre un piccolo flauto dentro le loro tasche) per fare allontanare l'ape regina e il suo lungo sciame. Mise la mano dentro l'alveare vuoto, si impiastrò le dita di miele e succhiò il nettare. Poi prese un barattolino color lillà e versò il miele per il venerabile Signore.
Tagliò il manico dalla sua piccola pattadese. Costruì una trappola vicino a delle verdi frasche e ci mise un cesto d'uva. Attese per un giorno il passaggio del cinghiale che rimase intrappolato alla gamba destra. Riuscì ad ucciderlo con la sola lama a disposizione. Recise la coscia. La cosparse di sale e pepe per conservarla e consegnarla al Venerabile Signore. Ritornò alla casa bianca del Magnifico Signore.
Arrivò in cima, baciò la pietra filosofale e si apprestò, felice, ad essere ricevuto.
Giunto all'interno della casa bianca come il latte di capra e inginocchiatosi - come si doveva ai servi pastori - attese che tiu Bratine si accomodasse nella seggiola vicino al fuoco , accendesse la sua lunga pipa, facesse quattro sospiri – il primo di magnificenza, il secondo di tracotanza, il terzo di generico ascolto, il quarto per i pastori, - alzasse la sua lunga mano senza dire parola svolgendo lo sguardo verso il cielo. Ecco, quello era il segnale di un rito millenario. A quel punto il servo pastore Croncosu poteva parlare.
“Mio magnifico Signore dentro il trono, ho fatto tutto quello che mi hai detto, attendo di poter diventare, come Meridu, un piccolo pastore di gregge”.
“Bene” rispose il magnifico signore. “Fuori troverai le tue cinquanta pecore e da oggi potrai essere pastore, ma non varrà poi molto, perché Meridu è diventato pastore capo di tre greggi”.
“Anche io, mio signore vorrei diventare pastore capo di tre greggi, come Meridu. Dimmi cosa devo fare”.
“Dovrai attraversare la foresta incantata, raccogliere i fiori della lungimiranza, piangere lacrime nella fonte delle colline lontane, scalare la montagna del mirto bianco, contare ventimila bacche, succhiare il nettare dell'alveare di Babbu mannu, portarne un barattolo al mio cospetto affinché io lo possa assaggiare, uccidere un cinghiale solo con un coltello senza manico, e, in segno di venerazione portare la coscia destra al mio cospetto, baciare la pietra filosofale della mia casa bianca, disegnare un capricorno rosso dentro le lenzuola di Zia Antonicca, togliere le castagne dal fuoco del mio camino. Quando farai questo tu potrai essere pastore capo di tre greggi e non ti inginocchierai davanti al mio cospetto”.
“Mio magnifico Signore dentro il trono, io farò tutto quello che mi hai detto, non capisco però perché devo ripetere delle prove che già conosco, mentre Meridu non ne ha mai superato nessuna e per diventare pastore di tre greggi ha raccolto solo 12 uova e le ha portate al tuo cospetto?”
Il Magnifico Signore alzò per un attimo lo sguardo e con voce sorridente (perché i magnifici signori hanno sempre voci sorridenti) chiosò: “Mio buon Croncosu, mentre tu eri lontano dal mio castello per superare le prove chi badava al mio gregge? Chi, se non Meridu, il pastore fidato e attento che, seppure non saprà mai superare nessuna delle prove che ho dato a te, è pur sempre fedele. Vai e sii fiero di quello che farai. Sarai ricompensato”.
Croncosu si mise un paio di scarpe rinforzate e cominciò ad attraversare la foresta incantata, chiudendo gli occhi per non vedere i folletti maledetti, tappandosi le orecchie per non sentire gli scoiattoli innamorati e, dopo una lunga ed interminabile corsa, arrivò nel grande prato della lungimiranza, giallo come uno sciame d'api a mezzogiorno e attese che calasse il sole, perché solo allora - così come aveva appreso dalle scritture antiche , poteva riconoscere, tra i tanti, i fiori della lungimiranza.
Studiò a lungo quel momento e nell'attimo in cui il tramonto dipingeva il prato d'un rosso torbido, riuscì a coglierli.
Scapicollò sulla collina lontana fino a raggiungere la fontana delle cipolle dolci dove era semplice lacrimare, ma difficile era farlo all'interno della fonte. Trovò un albero dalle grandi foglie, si costruì un piccolo cucchiaio dove versò copiose lacrime e le abbandonò all'interno della chiara fontana.
Scalò dalla parte di Berideddu la montagna del mirto bianco, in un giorno contò ventimila bacche ma perse il conto e le ricontò, non era poi sicuro e le ricontò, stava per raggiungere la fine e si addormentò. Riprese il giorno successivo e ci riuscì.
Arrivò all'alveare di Babbu Mannu ma non era facile succhiare il nettare perché nel bugno c'era l'ape regina. Dovette suonare un piccolo flauto (i pastori, per fortuna, hanno sempre un piccolo flauto dentro le loro tasche) per fare allontanare l'ape regina e il suo lungo sciame. Mise la mano dentro l'alveare vuoto, si impiastrò le dita di miele e succhiò il nettare. Poi prese un barattolino color lillà e versò il miele per il venerabile Signore.
Tagliò il manico dalla sua piccola pattadese. Costruì una trappola vicino a delle verdi frasche e ci mise un cesto d'uva. Attese per un giorno il passaggio del cinghiale che rimase intrappolato alla gamba destra. Riuscì ad ucciderlo con la sola lama a disposizione. Recise la coscia. La cosparse di sale e pepe per conservarla e consegnarla al Venerabile Signore . Ritornò alla casa bianca del Magnifico Signore.
Arrivò in cima, baciò la pietra filosofale, ridiscese al fiume dove Zia Antonicca lavava le lenzuola. Occorreva attendere il momento di distrazione della vecchia ma non era facile. Decise di suonare il flauto ma zia Anonicca non sentiva. Allora prese un piccolo ramo, inzuppò le foglie del miele e lo depose vicino alla vasca grande. Zia Antonicca aveva buon olfatto e si diresse verso il miele. Rubò un lenzuolo e con un carboncino che aveva preso dal camino del Signore, disegnò un capricorno piuttosto stilizzato ma comprensibile. Ritornò al palazzo e, davanti al camino, vi era un grande fuoco con castagne che crepitavano dentro i carboni ardenti. Con la lama della pattadese raccolse un tronco ancora verde e cominciò ad intagliarlo, sino a costruire un piccolo cucchiaio con il quale raccolse tutte le castagne del fuoco e le depose sul marmo caldo. Solo allora entrò, al suo cospetto, il Magnifico Signore.
Questa volta il capo pastore di gregge Croncosu non si dovette inginocchiare, attese che tiu Bratine si accomodasse nella seggiola vicino al fuoco , accendesse la sua lunga pipa, facesse tre sospiri – il primo di magnificenza, il secondo di tracotanza, il terzo di generico ascolto - alzasse la sua lunga mano senza dire parola svolgendo lo sguardo verso il cielo. Ecco, quello era il segnale di un rito millenario. A quel punto il capo pastore Croncosu poteva parlare.
“Mio Venerabile signore, io ho superato tutte le prove e sono diventato capo di tre greggi. Attendo dunque il mio nuovo incarico”.
“Bene Croncusu. Da oggi tu sei pastore capo di tre greggi ma non varrà poi molto perché durante la tua assenza Meridu è diventato il guru dei pastori di tutta l'isola. “
Così disse il vecchio e venerabile maestro.
“Cosa devo fare, per poter diventare guru dei pastori di tutta l'isola?” chiese guardandolo negli occhi il capo pastore Concrosu.
“Dovrai attraversare la foresta incantata, raccogliere i fiori della lungimiranza, piangere lacrime nella fonte delle colline lontane, scalare la montagna del mirto bianco, contare ventimila bacche, succhiare il nettare dell'alveare di Babbu mannu, portarne un barattolo al mio cospetto affinché io lo possa assaggiare, uccidere un cinghiale solo con un coltello senza manico, e, in segno di venerazione portare la coscia destra al mio cospetto, baciare la pietra filosofale della mia casa bianca, disegnare un capricorno rosso dentro le lenzuola di Zia Antonicca, togliere le castagne dal fuoco del mio camino, costruire una canoa con i fogli dei libri sacri e dire mille volte il Credo dei capi pastori”.
“Molte prove le ho già superate” chiosò il pastore capo Croncosu “perché Meridu senza affrontarne nessuna è diventato guru dei pastori?”
“Mio buon Concrosu, tu sei sempre lontano a superare prove per fare carriera, quando decido gli avanzamenti per anzianità e per esperienza. Ecco che il buono e fidato Meridu è diventato Guru, perché ha portato al mio cospetto cinquanta uova e non le ha neppure raccolte, ma le ha acquistate da zia Antonicca. Supera le prove e vedrai che anche tu sarai guru come Croncosu”.
Con molta rabbia dentro, il buon Concrosu decise che, comunque, superando le prove sarebbe diventato ugualmente guru ed allora si mise un paio di scarpe rinforzate e cominciò ad attraversare la foresta incantata, chiudendo gli occhi per non vedere i folletti maledetti, tappandosi le orecchie per non sentire gli scoiattoli innamorati e, dopo una lunga ed interminabile corsa, arrivò nel grande prato della lungimiranza, giallo come uno sciame d'api a mezzogiorno e attese che calasse il sole, perché solo allora - così come aveva appreso dalle scritture antiche , poteva riconoscere, tra i tanti, i fiori della lungimiranza.
Studiò a lungo quel momento e nell'attimo in cui il tramonto dipingeva il prato d'un rosso torbido, riuscì a coglierli.
Scapicollò sulla collina lontana fino a raggiungere la fontana delle cipolle dolci dove era semplice lacrimare, ma difficile era farlo all'interno della fonte. Trovò un albero dalle grandi foglie, si costruì un piccolo cucchiaio dove versò copiose lacrime e le abbandonò all'interno della chiara fontana.
Scalò dalla parte di Berideddu la montagna del mirto bianco, in un giorno contò ventimila bacche ma perse il conto e le ricontò, non era poi sicuro e le ricontò, stava per raggiungere la fine e si addormentò. Riprese il giorno successivo e ci riuscì.
Arrivò all'alveare di Babbu Mannu ma non era facile succhiare il nettare perché nel bugno c'era l'ape regina. Dovette suonare un piccolo flauto anche i pastori capi, essendo stati servi, per fortuna, hanno sempre un piccolo flauto dentro le loro tasche) per fare allontanare l'ape regina e il suo lungo sciame. Mise la mano dentro l'alveare vuoto, si impiastrò le dita di miele e succhiò il nettare. Poi prese un barattolino color lillà e versò il miele per il venerabile Signore.
Tagliò il manico dalla sua piccola pattadese. Costruì una trappola vicino a delle verdi frasche e ci mise un cesto d'uva. Attese per un giorno il passaggio del cinghiale che rimase intrappolato alla gamba destra. Riuscì ad ucciderlo con la sola lama a disposizione. Recise la coscia. La cosparse di sale e pepe per conservarla e consegnarla al Venerabile Signore . Ritornò alla casa bianca del Magnifico Signore.
Arrivò in cima, baciò la pietra filosofale, ridiscese al fiume dove Zia Antonicca lavava le lenzuola. Occorreva attendere il momento di distrazione della vecchia ma non era facile. Decise di suonare il flauto ma zia Anonicca non sentiva. Allora prese un piccolo ramo, inzuppò le foglie del miele e lo depose vicino alla vasca grande. Zia Antonicca aveva buon olfatto e si diresse verso il miele. Rubò un lenzuolo e con un carboncino che aveva preso dal camino del Signore, disegnò un capricorno piuttosto stilizzato ma comprensibile. Ritorno al palazzo e davanti al camino vi era un grande fuoco con castagne che crepitavano dentro i carboni ardenti. Con la lama della pattadese raccolse un tronco ancora verde e cominciò ad intagliarlo sino a costruire un piccolo cucchiaio con il quale raccolse tutte le castagne del fuoco e le depose sul marmo caldo.
Andò nella biblioteca buia e tetra e cercò i libri sacri. Non fu facile. Li riconobbe dall'odore e perché era abituato a stare in mezzo ai libri. Prese tre libri sacri. Li portò davanti al fiume e li immerse. Attese. Cominciò ad appallottolare le pagine e costruì, con la carta pesata la canoa. Ritornò in biblioteca e lesse mille volte il credo dei capi pastori: Io capo pastore e pastore capo di piccolo livello prometto di andare avanti dentro la mia vita solo con gli studi ed i perfezionamenti che saranno le prove del mio signore. Nessuno potrà andare contro questa Legge e contro il volere del signore se non il signore stesso. Se ciò accadrà potrà essere solo nei confronti di Meridu che potrà portare al cospetto del signore la sua indomabile esperienza e cento uova in dodici canestri. Quello che sarà fatto per Meridu è considerato dal venerabile signore un dogma e pertanto mai si potrà discutere.
Mille e non più di mille volte e ritornò esausto, ma felice, fresco Guru al cospetto del signore.
Questa volta il Guru pastore di gregge Croncosu non si dovette inginocchiare, e potè guardare negli occhi tiu Bratine mentre si accomodava nella seggiola vicino al fuoco. Dovette, come sempre, attendere che il signore accendesse la sua lunga pipa, facesse questa volta, solo due sospiri – il primo di magnificenza, il secondo di tracotanza, - alzasse la sua lunga mano senza dire parola svolgendo lo sguardo verso il cielo. Ecco, quello era il segnale di un rito millenario. A quel punto il Guru pastore Croncosu poteva parlare.
“Eccomi al suo cospetto Venerabile signore. Penso di aver superato tutte le prove e, soprattutto, son contento perché Meridu non può andare oltre a quello che ha raggiunto e, finalmente dopo tanto ardore e sudore e stanchezza, siamo alla pari”.
Il signore lo guardò con occhi piccoli e sornioni. Abbassò la mano e la diresse verso il capo di Croncosu dicendo: “E' vero, ormai hai superato tutto e hai dimostrato di essere il più bravo. Ma, abbiamo un piccolo problema. Non ho bisogno di guru che passino la loro vita in maniera picaresca e avventurosa e, quando li cerchi, non ci sono mai, impegnati come sono in prove e in percorsi propiziatori. “
“Eppure, mio buon Signore, vi ho portato il nettare più buono e le cosce di cinghiali salate e pepate a dovere”, disse Croncosu colto da una piccola rabbia gelida.
“Caro il mio Croncosu,” rispose, in maniera definitiva il magnifico Singore, “Io sono un sempliciotto e, in fondo mi piacciono solo le uova.
Ha sempre odiato le uova Croncosu e il fucile serve per uccidere quegli stupidi volatili, qualora si presentassero al suo cospetto.
Magari, in un'altra vita, nascerà faina per fare strage nei pollai. A volte, la prevenzione serve a rendere la vita più semplice e, probabilmente, migliore.









