Mi ha molto impressionato la trasmissione “che tempo che fa” dedicata a Roberto Saviano. Per il silenzio solenne, per le parole mai banali, per la serietà “alta” che passava in prima serata. Un bell’esempio di servizio pubblico. Mi ha però favorevolmente colpito il taglio che Roberto Saviano ha dato al suo intervento, un taglio apparentemente di cronaca, ma che, proprio per la sua semplicità disarmante, ha assunto un modo di raccontare che con la cronaca c’entrava davvero molto poco. Ed è affiorata, d’incanto, la letteratura.
Saviano ha ripetuto più volte di essere uno scrittore e non un giornalista, di giocare quotidianamente con le sue ossessioni, di credere fortemente nella forza delle parole. Ecco, questo era il passaggio basilare, la chiave di volta di tutta una trasmissione giocata sul filo delle frasi e delle cose dette apertamente, senza retorica, senza false costruzioni, senza nessun teatrino adeguatamente preparato e voluto. Fazio, infatti, ha partecipato solo nell’ultima fase della trasmissione (a dire il vero non troppo brillante) mentre quando Saviano parlava, il volto del conduttore era lo specchio dei nostri sguardi, l’intensità dei nostri pensieri, il nostro essere fortemente presenti dentro quella storia. E’ vero che uno dei romanzi più belli della letteratura è senza dubbio “Se questo è un uomo” perché Levi ci ha accompagnato dentro il campo di concentramento raccontando, da falso cronista, una storia terribile che è diventata la storia di tutte le storie. Un po’ come Saviano ha fatto con il suo fortunatissimo e bellissimo libro. Anche lui ci ha trasportato dentro storie che nessuno era in grado di raccontare e quando decideva di farlo lo faceva in maniera carnevalesca, come ha dimostrato lo stesso Saviano mostrandoci i titoli davvero vergognosi di certi quotidiani.
Il problema è legato, come sempre, al servizio che uno scrittore deve fare che non è quello semplicemente egoistico di scrivere libri per se stesso (cosa che accade molto frequentemente) ma è portare il lettore dentro la storia, regalargli le tracce affinché chi legge può benissimo entrare all’interno del racconto, immaginare le scene, le facce, i rumori, sentire il dolce fluire dei pensieri. Ma non basta, un bravo scrittore, un grande scrittore, un attento scrittore deve anche confezionare una storia a colori. Altrimenti non regge.
Saviano è riuscito nel suo intento e Gomorra ha anche un altro valore aggiunto che è difficile da reperire in molti libri, in molti romanzi – perché Gomorra, paradossalmente, è il romanzo di una città, di un modo di vivere e di muoversi di quella città - e il suo valore è rappresentato dall’apparente minimalismo delle storie. Saviano ha deciso di raccontare le storie degli ultimi, dei dimenticati, ma non per questo sono davvero ultimi o da dimenticare. E’ la quotidianità che costruisce le classifiche della vita, è la scaletta di un giornale, di una televisione che ha il potere di costruire o distruggere una notizia, senza interrogarsi che cosa ci sia davvero dietro quella notizia, dietro quella morte, dietro quella vita spezzata. Che sia morto di camorra, di mafia, di incidente stradale, di eroina. Dietro quei corpi, oltre all’umana pietà, si nascondono gesti e parole e suoni che dobbiamo avere la forza di raccontare. Questo mi è piaciuto di Saviano e questo mi ha impressionato favorevolmente. La sua forte battaglia a raccogliere pezzi di storia dalla strada la ritrovo dietro i romanzi di Pasolini, di Victor Hugo, di Balzac, di Amado. Insomma, raccontare la cronaca e darle una vita diversa non è giornalismo. E’ letteratura.