E' possibile, in questo tempo difficile leggere poesie? E' terribilmente impegnativo. Eppure questo mi sembra il tempo giusto. Adatto. Soprattutto dalle nostre parti. Fra poco più di un mese andremo a votare, a scegliere i nostri rappresentanti per la Regione Sardegna. Tutti hanno promesso nuove regole e nuovi modi di lavorare, di cercare di essere “più bravi degli altri.” Anche noi, inizialmente, quasi di soppiatto abbiamo deciso che dovremmo cambiare, dovremmo dare il nostro voto in maniera degna, senza nessun ricatto, senza nessuna possibilità di vergognarci, senza alcuna possibilità di essere vili, mediocri, servili. Ho allora pensato che c'era qualcosa dentro queste parole che vagavano intorno e restavano sospese sul futuro prossimo e sulle prossime scelte,e mi sono ricordato di una vecchia e bellissima poesia di Pier Paolo Pasolini. Una poesia struggente e cattiva ma dannatamente vera. Mi sembrava giusto riprenderla da un libro verde oliva della Garzanti che costava - allora, nel 1976 quando lo acquistai – 1800 lire e che ormai si trova in un luogo periferico della mia corposa libreria (e di questo, oggi, me ne dolgo) ma che mantiene, come tutte le poesie di Pasolini, sempre una forza quasi “animalesca” e struggente nell'osservare e narrare le cose. La poesia può essere dedicata alle prossime scelte politiche che verranno effettuate nella regione Sardegna, una sorta di riflessione anticipata su ciò che accadrà. Perché sono quasi sicuro che ci saranno gli eletti di sempre e gli elettori di sempre. Quelli che sorridono al cambiamento ma che rifanno tutto nelle stesse maniere. Voteremo gli stessi volti e le stesse promesse Perché tutti vogliamo persone nuove ma quando queste si presentano diciamo che non ci fidiamo perché non le conosciamo e Perché nessuno ce le ha presentate. Perché tutti vogliamo dire basta a questo genere di cose e vogliamo occuparci in prima persona della nobiltà della politica ma poi, tristemente, usiamo frasi vili e inutili: “scendo in campo, ho deciso di sporcarmi le mani, voglio occuparmene in prima persona”. Nessuno ricorda (e si ricorda e ricorda agli altri) che la politica è un'arte nobile che riguarda il lento camminare degli uomini. Ma se fra qualche mese, quando scorreremo l'elenco degli eletti, ci accorgeremo che i nomi sono quasi sempre quelli, ecco, allora anche noi risponderemo, come Pasolini, del selvaggio dolore di essere uomini. Mi auguro (e lo auguro a tutti) di non dover chiedere il 16 febbraio 2009 ai sardi che hanno scelto il nuovo consiglio regionale che strane madri abbiano avuto e se, soprattutto, hanno scelto con la consapevolezza di un popolo o Perché un padrone, tramite una telefonata, ha scelto il suo servo a governare quella che lui considera una colonia per i brindisi, le vacanze e per qualche pianta rara.
BALLATA DELLE MADRI
(Pier Paolo Pasolini, da “Poesia in forma di rosa” - poesia del 1964 , Garzanti, 1976)
Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d'esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mnetre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate, a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?
Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un maledizione
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime provilegiate,
per difendersi da ogni pietà.
Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dananto
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi una parola d'amore,
se non d'un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso vi hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.
Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l'antico, vergognoso segreto
d'accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.
Madri feroci, intende a difendere
quel poco che, borghesi pssiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi.
Ecco, vili, mediocri, servi
feroci, le vostre provere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
- nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
E' così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di essere uomini.
Ritengo sia una bellissima poesia che ben può rappresentare gli ultimi anni di questo paese e della sua mediocrità Eppure, come dice un altro grande poeta: anche se ci riteniamo assolti siamo lo stesso coinvolti. Ecco, dentro questa poesia sento forti le note della canzone del maggio di De Andrè e la possibilità e la voglia di poter determinare un vero cambiamento. Chissà.









